di Liana Milella
La Repubblica, 23 giugno 2021
Cade l'articolo 13 della legge sulla stampa del 1948 che finora faceva scattare la reclusione da uno a sei anni. La Corte sollecita il Parlamento, a fare "un complessivo intervento per bilanciare libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione".
Via il carcere per i giornalisti, ma anche per chiunque scriva sui social, tranne nei casi più gravi di diffamazione. È il verdetto della Consulta dopo quattro ore di camera di consiglio, relatore il giudice Francesco Viganò. Cade l'articolo 13 della legge sulla stampa del 1948 che finora faceva scattare, in caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa compiuta mediante l'attribuzione di un fatto determinato, la reclusione da uno a sei anni. Resta in piedi invece l'articolo 595 del codice penale che - scrive la Corte nel suo comunicato - prevede "per le ordinarie ipotesi di diffamazione la reclusione da sei mesi a tre anni oppure, in alternativa, il pagamento di una multa". Proprio quest'ultima norma, per la Consulta, consente al giudice di sanzionare con la pena detentiva i soli casi di eccezionale gravità.
La Corte, che accoglie i ricorsi dei tribunali di Bari e Salerno, scrive anche che "resta peraltro attuale la necessità di un complessivo intervento del legislatore, in grado di assicurare un più adeguato bilanciamento - che la Corte non ha gli strumenti per compiere - tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione individuale, anche alla luce dei pericoli sempre maggiori connessi all'evoluzione dei mezzi di comunicazione" che erano stati già evidenziati l'anno scorso. Quando, il 22 giugno, la Corte affidò al Parlamento 12 mesi di tempo per riscrivere le norme sulla diffamazione. Periodo inutile perché il Senato invece non ha deciso. Al suo posto, scaduto l'anno, la Corte ha deciso da sola.











