di Errico Novi
Il Dubbio, 19 novembre 2020
Non è una notizia esaltante per la tutela delle garanzie. Ma è una lezione doppia. Che arriva da quella stessa Corte costituzionale capace, con altre recenti pronunce, di estendere i confini dello Stato di diritto ben oltre i pregiudizi del giustizialismo. Con due decisioni assunte ieri, e di cui naturalmente si conosce solo il senso ma non le motivazioni, la Consulta ha infatti dichiarato infondate le questioni di legittimità poste sia sullo stop al decorso della prescrizione nella fase 1 del lockdown (blocco esteso dal Dl Cura Italia ai reati commessi in epoche precedenti le restrizioni anti- covid) sia per la legge con cui la Lega a inizio 2019 riuscì ad abolire l'abbreviato per i reati da ergastolo. Sarebbero due pessime notizie, al primo sguardo. In realtà, a chi le vorrà leggere in modo serio, suoneranno come una sveglia. Nel senso che ci sono norme tollerabili, sì, all'interno del perimetro della Carta ma comunque viziate da una logica restrittiva, claustrofobica, sul significato del processo e della pena. Non è pensabile che il giudice delle leggi ripari a qualsiasi strappo deciso o avallato dal Parlamento. Non si può sempre confidare, con un filo di vigliaccheria, nel solito provvidenziale intervento della Consulta, di fronte alle inerzie (come sul fine vita) o alle iperboli giustizialiste. O il legislatore riesce da solo, senza tutele postume, a tenere l'ordinamento sui binari dello Stato di diritto, o i deragliamenti possono essere così perfidi da non consentire neppure la sanzione della Corte costituzionale.
Certo, è un discorso che vale soprattutto per lo stop all'abbreviato sui reati da ergastolo, legge bandiera del Carroccio e contestatissima - soprattutto per il conseguente ingolfamento delle Corti d'assise - non solo dagli avvocati ma pure dalla magistratura, Csm in prima linea. È chiaro che la decisione assunta ieri a Palazzo della Consulta sulla "prescrizione bloccata causa covid" ha un altro orizzonte. Evidentemente si è ritenuto che un evento straordinario qual è il rinvio di gran parte dei processi imposto dalla pandemia rientri nel novero delle circostanze che possono bloccare i termini di estinzione dei reati, a prescindere dall'epoca in cui i reati sono stai commessi. Non esulteranno i giudici di Siena, Spoleto e Roma che nelle loro ordinanze di remissione avevano proposto ben altre valutazioni. Ma sulla prescrizione il vero rischio è che una pronuncia tecnica come quella comunicata ieri venga tradotta in incoraggiamento da chi, come il guardasigilli Alfonso Bonafede, ha voluto il blocco della prescrizione dopo tutte le sentenze di primo grado, non solo di fronte alle pandemie. Quando uno snodo delicatissimo delle garanzie qual è la prescrizione diventa oggetto di trattative disinvolte, come quelle condottte dalla Lega con i 5 Stelle, il minimo è che una sentenza costituzionale metta il bavaglio anche chi, come Renzi, vorrebbe ora ridiscutere la riforma. Se una frittata è fatta, le cose possono solo peggiorare.
In ogni caso, nel primo dei due comunicati diffusi nel tardo pomeriggio di ieri, la Consulta ha fatto sapere di aver innanzitutto "esaminato le questioni di legittimità riguardanti l'applicabilità della sospensione della prescrizione - prevista dai decreti emanati per contrastare l'emergenza coronavirus - anche nei processi per reati commessi prima dell'entrata in vigore delle nuove norme, dichiarando che "le questioni sollevate non sono fondate".
Secondo i tribunali di Siena, di Spoleto e di Roma", ricorda il comunicato della Corte, "la sospensione retroattiva della prescrizione, prevista per la stessa durata della sospensione dei termini processuali, dal 9 marzo all' 11 maggio del 2020, poteva violare il principio di irretroattività della legge penale più sfavorevole". Ma il giudice delle leggi ha appunto ritenuto che invece "la disciplina censurata non contrasti con l'articolo 25 della Costituzione né con i parametri sovranazionali richiamati dall'articolo 117". Nella seconda nota diffusa da Palazzo della Consulta si legge che "non viola la Costituzione la legge che esclude la possibilità di essere giudicati con rito abbreviato per reati per cui è prevista la pena dell'ergastolo. La Corte costituzionale", ricorda il comunicato, "ha esaminato le questioni di legittimità sollevate dai tribunali di La Spezia, Napoli e Piacenza e", appunto, "le ha dichiarate "non fondate".
La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane, ma la Consulta fa già sapere che "tale legge, approvata dal Parlamento nell'aprile 2019, è "espressione della discrezionalità legislativa in materia processuale", e che "non si pone in contrasto" con i "principi di uguaglianza e di ragionevolezza" (articolo 3 della Costituzione), con il "diritto di difesa" (articolo 24), con la "presunzione di non colpevolezza" (articolo 27, secondo comma, della Costituzione), "né con i principi del giusto processo, in particolare con quello della ragionevole durata" (articolo 111, secondo comma, della Costituzione)".
Due notizie non incoraggianti. Di fronte alle quali chi, nell'attuale maggioranza, dal Pd a Italia viva, crede nelle garanzie, non dovrebbe arrendersi ma cominciare a scuotersi.











