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di Vladimiro Zagrebelsky

La Stampa, 27 maggio 2025

Pochi giorni orsono, dandone notizia, preliminarmente commentavo una iniziativa allora in gestazione dei governi danese e italiano: una iniziativa diretta a contrastare gli orientamenti della Corte europea dei diritti umani, specificamente in tema di migranti. Ora essa si è definita e, pubblicata anche sul sito di Palazzo Chigi, ha assunto la forma di una lettera aperta: come tale è indirizzata a tutti e nessuno. Più che una iniziativa politica sembra un manifesto politico, per capire il quale importa vedere i governi che l’hanno sottoscritto (oltre ai governi di Danimarca e Italia, anche quelli di Austria, Belgio, Repubblica ceca, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia), ma anche quelli che non lo hanno fatto, pur promuovendo politiche dure e restrittive contro i migranti irregolari (come la Francia, il Regno Unito, la Germania, ecc.). Considerare entrambi gli elenchi aiuta a comprendere il senso profondo della iniziativa, che non è tanto rivolta contro i migranti irregolari, quanto contro i giudici.

La immediata reazione del Segretario generale del Consiglio d’Europa ne è la ovvia conseguenza, essendo la Corte l’indipendente braccio giudiziario del Consiglio. I governi autori di questa lettera aperta sanno che difficilmente avranno successo. Ma essa non serve tanto a raddrizzare la Corte, quanto anche a farsi dire di no, e così ottenere conferma che i governi eletti vorrebbero risolvere i problemi, ma ne sono impediti dai giudici “non eletti”.

Naturalmente, per decenza in Europa, il testo della nota contiene la rassicurante dichiarazione di appoggio alle regole dello Stato di diritto e di rispetto per l’inviolabilità della dignità degli individui. Tuttavia il cuore del testo sta nella rivendicazione della legittimazione democratica di governi eletti nella attuazione di iniziative politiche. Iniziative che la interpretazione della Convenzione europea dei diritti umani, adottata dalla Corte europea a protezione dei diritti dei migranti, impedirebbe di attuare.

Conosciamo in Italia le polemiche, le offese, le azioni contro i giudici che non interpretano le leggi in sintonia con l’orientamento del governo, specialmente quando si tratta di migranti. La polemica diventa virulenta quando i giudici tengono conto dei vincoli derivanti dai trattati in internazionali, dal diritto dell’Unione Europea e dalla Convenzione europea dei diritti umani. Recentemente, in una importante assemblea del Consiglio Nazionale Forense, il sottosegretario Alfredo Mantovano ha spiegato e lamentato le ragioni della contrapposizione governo/giudici, indicandone la radice nella preminenza della Costituzione e dei vincoli internazionali.

Essa indebolisce il vincolo della legge ordinaria e quindi limita la possibilità di governo e parlamento di governare. Con qualche legame con la attualità, si tratta di una posizione (incostituzionale) connessa ai tentativi, tutti falliti ma sempre riemergenti, di vietare ai giudici di interpretare le norme nel loro sistema, prima di applicarle. È una vecchia ambizione dei governanti, dall’imperatore Giustiniano, al re Luigi XIV, agli Illuministi, a Robespierre ed altri nella Rivoluzione. Una ambizione impossibile da realizzare, frutto della ignoranza di come operano i sistemi normativi, anche prima delle moderne costituzioni e del diritto europeo dei diritti umani. Cosicché sarebbe persino inutile quanto la Convenzione europea dei diritti umani stabilisce, assegnando espressamente alla sua Corte la competenza a risolvere tutte le questioni di interpretazione e applicazione della Convenzione. Ma è invece utile, per garantire l’omogenea applicazione della Convenzione in tutti i Paesi del Consiglio d’Europa.

La Convenzione si applica (elenco dei diritti e ruolo della Corte) a tutti coloro che si trovano nei territori ove si esercita la giurisdizione degli Stati membri del Consiglio d’Europa: cittadini o stranieri. È questo un principio fondamentale, anche nel diritto interno italiano. La Corte costituzionale ha affermato: “Per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi problemi di sicurezza e ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, non può risultare minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”.

Se questo o quell’aspetto della protezione degli stranieri non viene più condiviso, i governi propongano modifiche alla Convenzione. Intanto, nella discussione dei ricorsi presentati alla Corte europea i governi possono intervenire accanto e in appoggio al governo oggetto del ricorso, facendo valere le loro ragioni. È possibile che non ottengano quel che vogliono, poiché la Convenzione difende gli individui contro le pretese governative; i giudici la applicano e i governi la hanno approvata nel 1950 e successivamente più volte rafforzata. Presentando nel 1949 il progetto di Convenzione, il relatore Pierre-Henri Teitgen lo aveva ben detto: ciò che porterà la garanzia collettiva assicurata dalla Convenzione è una protezione contro ogni ritorno offensivo sempre possibile della ragion di stato. Questo appunto è in gioco, nel nuovo attuale contesto politico.