di Andrea Cangini
huffingtonpost.it, 23 febbraio 2026
A ogni riforma, c’è chi si oppone trasformando la carta in un feticcio. Eppure è già stata cambiata (immunità parlamentare, numero dei parlamentari…) o adeguata dalla Consulta (coppie omosessuali, fine vita). Ovvero succede quello che i costituenti avevano previsto. Ne “Il mito della Costituzione” il giurista Giuseppe Maranini sostiene che in Italia si è alimentata una “religione della Carta”: l’idea, cioè, che basti avere una Costituzione “bella” per garantire libertà e buon governo. È un mito, appunto, perché la vita reale delle istituzioni dipende dai rapporti di forza e da come funzionano ed interagiscono i partiti, il Parlamento, l’esecutivo e ogni singolo organismo costituzionale.
Non dalla sola “lettera” della Carta. La sua fu una critica anche culturale, volta a deprecare la tendenza a invocare la Costituzione come scudo simbolico mentre, nella prassi, si tollerano degenerazioni del circuito decisionale o dell’assetto tra poteri.
L’interpretazione “mitologica” della Costituzione torna in auge ogniqualvolta questa o quella maggioranza parlamentare ambisce a metter mano alla lettera della Carta. Un atteggiamento bizzarro e oggettivamente contraddittorio, dal momento che è la stessa Costituzione a prevedere, con l’articolo 138, la possibilità di un proprio adeguamento. Non è un caso che Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 che elaborò effettivamente il testo costituzionale, sostenne fin dall’inizio l’idea di una “Costituzione viva”, “sempre rivedibile secondo le esigenze concrete del Paese”. Tesi sostenuta, tra gli altri, da un altro padre costituente del calibro di Pietro Calamandrei, che più volte ebbe ad esprimersi contro “il feticcio” della Costituzione. Fatta salva, infatti, la prima parte, quella che enuclea i principi e i valori fondamentali che ispirano la Carta costituzionale, tutto il resto è discutibile e, all’occorrenza, emendabile.
Non è un caso che, ad oggi, siano state almeno 21 le modifiche alla lettera della Costituzione disposte dalle maggioranze qualificate del Parlamento. Non molte, tutto sommato. La Costituzione tedesca, ad esempio, come è solito ricordare Sabino Cassese, ha subito tre volte più cambiamenti di quella italiana. Dalla fine dell’immunità parlamentare alla revoca della pena di morte, dai rapporti tra Stato e regioni al numero dei parlamentari, dai poteri del presidente della Repubblica alla durata delle Camere, le riforme hanno, nel tempo, toccato i più disparati articoli della Carta. Mentre la Consulta ha sistematicamente aggiornato la Costituzione materiale allo spirito dei tempi. Basti pensare ai diritti delle coppie omosessuali, piuttosto che al “diritto a lasciarsi morire” in materia di eutanasia. Cambiare, dunque, è normale. E il più delle volte è anche necessario.
Come tutte le riforme costituzionali, anche la separazione delle carriere dei magistrati è, naturalmente, discutibile. Ma discutibile nel merito. Non esecrabile in quanto alterazione della Carta costituzionale in quanto tale. È, invece, sulla sacralità della Costituzione che insistono molti degli oppositori alla riforma. E lo fanno con argomenti peraltro falsi: “La riforma modifica ben sette articoli della Costituzione”, dicono. Quando è evidente a chiunque abbia letto il testo che gli articoli concretamente “riformati” sono solo due, il 104 (separazione delle carriere, due Csm e sorteggio) e il 105 (Alta corte disciplinare).
Gli altri articoli (87, 102,106,107,110) sono semplicemente “aggiornati” per adeguarli ai due principali cambiamenti. Ad esempio, è ovvio che se i Csm diventano due, bisognerà che la Costituzione preveda che il presidente della Repubblica li presieda entrambi. Ma non per questo è legittimo dire che si è inciso sui poteri del capo dello Stato.
C’è tanta ipocrisia, in questa discussione. C’è tanta malafede. E la principale delle ipocrisie, e la più evidente delle malefedi, consiste nell’alimentare il mito della Costituzione come fosse la più intangibile delle reliquie.










