di Stefano Ceccanti
Il Dubbio, 12 maggio 2026
Il libro di Antonio Polito “La Costituzione non è di sinistra. Contro l’uso politico della Carta” merita davvero un’attenta lettura. L’Introduzione parte da una citazione di Claudia Mancina che è già una guida alla lettura: “La Costituzione non è un bambino inerme che ha bisogno di essere difeso. È forte e solida, ha bisogno di essere rispettata e attuata, magari studiata”. La tesi di fondo, contro letture catastrofistiche e faziose, è quella per la quale “i principi fondamentali, espressi nella prima parte, si sono radicati nell’opinione pubblica anche di più e meglio di quanto pensassero gli stessi costituenti”.
È quindi sbagliata la prospettiva di chi, ritenendola obsoleta, pensa riscritture integrali, a nuove assemblee costituenti; ma è anche sbagliata la posizione di chi ne teorizza l’immobilismo come se ci fosse un legame indissolubile tra i principi e le scelte storicamente condizionate nella parte organizzativa. Polito sceglie quindi la linea riformista secondo la quale la fedeltà ai principi richiede anche un’innovazione dei mezzi.
La prima parte si intitola “la Costituzione rapita” e reagisce, sulla base dell’attenta lettura dei testi ed anche, in modo molto puntiglioso, dei lavori preparatori, ad alcune interpretazioni erronee ma diffuse, come quella che isolando le prime parole dell’articolo 11 ne farebbe derivare l’opzione per un pacifismo assoluto con conseguente neutralismo, quando invece scelte di fondo come l’adesione alla Nato o l’intervento in Serbia nel 1999, ossia scelte di legittima difesa, appaiono coerenti con la Costituzione. Più in generale la tentazione di interpretazioni di parte, che concedono a sé stessi di operare interventi sulla Costituzione che si negano invece ad altri ritenendoli illegittimi, è forte soprattutto a sinistra perché, a causa di come si sono formati gli schieramenti nel secondo sistema dei partiti, lì si è raccolto il personale politico di vertice più vicino alle forze che hanno dato vita al patto originario.
Ma la forza della Costituzione consiste nel fatto che essa era ed è la Carta di tutti e, in realtà, le forze di centrodestra nel secondo sistema dei partiti hanno finito per raccogliere il consenso delle componenti moderate degli elettori dei partiti di Governo della prima fase della Repubblica. Delegittimarli come esterni al patto costituzionale non significherebbe quindi delegittimare quei partiti, ma la Costituzione medesima: ove si ritenesse che quasi la metà degli italiani votino dopo tanti decenni per forze non costituzionali essa avrebbe fallito e non si sarebbe affatto radicata. Una grave eterogenesi dei fini spesso inconsapevole.
La seconda parte, “La Costituzione di sinistra” descrive le ragioni di lungo periodo di questa semplificazione, di questo rischio di ridurre la forza della Carta, forte perché compromesso alto, trasformandola in programma politico di una parte, a partire dalla nozione di “arco costituzionale” che serviva nel primo sistema dei partiti a bilanciare la conventio ad excludendum del Pci dal governo, per il legame residuo con l’Urss, con la conventio ad consociandum su alcune scelte fondamentali di politica legislativa in modo da tenere opportunamente unito il sistema in quella fase. È però un periodo ormai chiuso per certi versi perché ha avuto successo. Con i primi anni Novanta la spinta dal basso per il superamento di un proporzionalismo ormai anacronistico e impotente e le inchieste di Mani Pulite azzerano il primo sistema dei partiti, la Costituzione sembra però restare orfana, anche se nella realtà è vero il contrario: l’alternanza è possibile perché la grande frattura della Guerra Fredda è superata, non c’è più bisogno di bilanciare le due storiche convenzioni.
Nella convulsa transizione, conclusa la fase della sinistra di classe, quest’ultima sembra rigenerarsi in nome di una lettura della Carta tutta centrata sui diritti, su una loro espansione incontrollata, dimenticando che la Carta li collega a doveri inderogabili, che hanno alle spalle dei valori e si incarnano in istituzioni e in un loro equilibrio. Invece il richiamo ai soli diritti rischia di squilibrare alla fine i poteri fatalmente a favore del giudiziario oltre che andare a scontrarsi coi limiti di espansione della spesa pubblica.
La parte terza, “La Costituzione sgradita” segnala alcune oscillazioni culturali in cui si esprime il passaggio dalla Costituzione compromesso alla Costituzione di parte, a partire appunto dal tentativo di legittimare un’espansione incontrollata del potere giudiziario e dentro di esso dei pubblici ministeri: “Nel 1947 la sinistra non si fidava dei magistrati e avrebbe preferito ‘il popolo’ al loro posto, ma da un certo punto in poi ha cominciato a fidarsi più dei magistrati che del popolo”.
Si ritorna poi puntualmente sull’articolo 11 e sulla fusione dei due commi originariamente distinti (ripudio della guerra e cessione di sovranità) per rimarcare la volontà di collegare il ripudio della guerra di aggressione alla legittima difesa da assicurare sul piano internazionale, nonché la netta bocciatura a grande maggioranza in due diverse votazioni di testi del socialista Cairo contro il servizio militare obbligatorio e per la neutralità perpetua.
Al termine della ricognizione dei testi e delle culture politiche dei Costituenti, che affondavano le radici in una Resistenza anche armata, Polito quindi conclude che “Attribuire ai costituenti la volontà di negare aprioristicamente all’Italia l’uso della forza armata e dunque di interpretare l’art. 11 come la rinuncia a ogni forma di difesa della nostra nazione o di qualsiasi altra aggredita dalla volontà di conquista di uno Stato in armi, è totalmente infondata”.
Polito passa quindi a illustrare quanto le tensioni della Guerra Fredda abbiano creato in quella fase un sistema istituzionale iper-garantistico, allora logico ma che poi si è trasformato in un serio limite, a partire dal bicameralismo ripetitivo. Non riuscendo a riformarlo, le varie forze politiche hanno finito per eluderlo, attraverso il cosiddetto monocameralismo di fatto, oramai esteso anche alle leggi di bilancio. In assenza di riforme i sistemi non restano uguali, ma trovano vie patologiche di assestamento e sarebbe esercizio vano pretendere che ciò non accadesse.
Il problema è che riforme a maggioranza vengono rigettate e che quelle condivise non si riescono a fare non per mancanza di proposte ragionevoli, ma perché la delegittimazione reciproca persiste. Almeno per una certa fase il richiamo ragionevole di Polito, a riforme coerenti coi principi che sono effettivamente condivisi nonostante le faziosità di vertice, sembra destinato a non essere ascoltato. È però bene che non se ne smarriscano i fondamenti culturali in una lettura corretta della Costituzione come Carta di tutti.










