di Enea Conti
Corriere della Sera, 25 settembre 2022
Lo psichiatra e criminologo (ed ex politico) Alessandro Meluzzi è stato chiamato per il “caso Severi” di Forlì: un uomo in carcere accusato di aver ucciso e decapitato il fratello.
“Il criminologo forense non è solo un esperto di personalità ma è anche un profondo conoscitore delle logiche che intercorrono tra causa ed effetto”. Psichiatrica e criminologo, ma anche politico (dal Partito Comunista, fino a Forza Italia passando fino all’Udr e all’Udeur) Alessandro Meluzzi ha visitato di recente le carceri di Forlì, dove è recluso Daniele Severi, fratello di Franco, l’agricoltore 53enne, ucciso a Civitella di Romagna e decapitato alla fine del maggio scorso.
È stato chiamato dai legali difensori di Severi Andrea Cintorino (che è anche assessore nel Comune di Forlì) e Massimiliano Pompignoli (che è anche consigliere regionale). Per la Procura romagnola il responsabile dell’uccisione è il familiare ora in cella e il movente sarebbe legato a vecchi dissidi. Intanto le indagini proseguono. Lunedì 19 settembre sono stati prelevati 10 campioni di sangue sotto le unghie di Franco Severi e 11 provette di altro materiale per scovare il dna dell’assassino. Le analisi sono in corso nel laboratorio dei Ris di Parma e i risultati arriveranno tra due settimane. Meluzzi che ha fatto della criminologia una professione ha raccontato di non credere che sia stato il fratello a uccidere l’agricoltore. Quello di Civitella è ancora parzialmente un giallo. La testa della vittima, di fatto, ancora non si trova. “La criminologia mediatica - spiega Meluzzi - è oramai al tramonto. E ci sono dei pro e dei contro. Per esempio è difficile che le cose cambino per Daniele Severi se questo caso non diventa mediatico.
È stato chiamato dai legali difensori di Severi Andrea Cintorino (che è anche assessore nel Comune di Forlì) e Massimiliano Pompignoli (che è anche consigliere regionale). Per la Procura romagnola il responsabile dell’uccisione è il familiare ora in cella e il movente sarebbe legato a vecchi dissidi. Intanto le indagini proseguono. Lunedì 19 settembre sono stati prelevati 10 campioni di sangue sotto le unghie di Franco Severi e 11 provette di altro materiale per scovare il dna dell’assassino. Le analisi sono in corso nel laboratorio dei Ris di Parma e i risultati arriveranno tra due settimane. Meluzzi che ha fatto della criminologia una professione ha raccontato di non credere che sia stato il fratello a uccidere l’agricoltore. Quello di Civitella è ancora parzialmente un giallo. La testa della vittima, di fatto, ancora non si trova. “La criminologia mediatica - spiega Meluzzi - è oramai al tramonto. E ci sono dei pro e dei contro. Per esempio è difficile che le cose cambino per Daniele Severi se questo caso non diventa mediatico”
Alessandro Meluzzi, psichiatra e criminologo. Ci spiega in sintesi il nesso tra la sua professione e la visita in carcere a Daniele Severi. E soprattutto, perché secondo lei è innocente?
“Il criminologo forense non è solo un esperto di personalità ma è anche un profondo conoscitore delle logiche che intercorrono tra causa ed effetto. Competenze molto utili quando nell’ambito di un caso specifico si confrontano più narrazioni: quella dell’interessato (come Severi), quella della Procura, quella dei testimoni. Si confrontano per vedere se emergono nessi. Si valuta, quindi l’affidabilità - che è una questione di natura psicologica - la credibilità che è invece una questione di tipo morale. Ascoltando questo signore - che si professa innocente - ho concluso che è affidabile - cioè non è matto - e credibile. Alcuni soggetti quando parlano, invece, suonano come campane rotte. L’analisi dei suoi discorsi e quello del linguaggio non verbale mi ha fatto credere che sia innocente, altrimenti mi sarei preoccupato di convincerlo a confessare”.
Quali saranno ora i prossimi step?
“Mi sembra di capire che il campo dell’indagine si sia velocemente ristretto. Io mi auguro che la Procura faccia accertamenti su altre ipotesi non battute. Quella attuale è quella più comoda. Le altre sono ipotesi che hanno a che fare con l’ambiente esterno che esulano dalla famiglia: frequentazioni, addirittura un night club, ambienti borderline della zona del vicino paese di Santa Sofia”
Sta per caso parlando della lobby “dei bunker” che credeva alla fine del mondo prevista dai Maya di cui due ex membri si suicidarono in tarda primavera?
“Così mi hanno riferito ma non so di preciso di cosa si tratti, sottolineo”
Quale aspetto l’ha colpita di più di questo caso?
“La decapitazione e il mancato ritrovamento del cranio è un aspetto ovviamente centrale della vicenda. Se una persona volesse uccidere il fratello avrebbe a disposizione metodi più convenienti. Ovviamente chi lo ha fatto potrebbe semplicemente voluto nascondere il modus operandi dell’assassinio: un colpo di pistola a una testa è una firma così come un ferro da calza infilzata in un occhio”
Quali sono secondo lei i casi che potrebbero passare alla storia della criminologia in Italia?
“Attingo da vicende di cui mi sono occupato: il primo è il delitto di Yara Gambirasio e la successiva condanna di Massimo Bossetti, incastrato per altro nello stesso modo in cui è stato incastrato il cliente di Forlì. Ovvero grazie alle tracce di dna rinvenute in quel caso sui guanti trovati nelle tasche della vittima. Io ho sempre considerato Bossetti innocente. Per spiegare la logica cito il mio maestro Francesco Cossiga una volta mi disse: “Per incastrare le teste calde come te c’è un sistema semplice quello di caricare nella sua macchina una borsa che contiene tre chili di cocaina, ma non abbiamo più funzionari affidabili”. È una battuta, è pur vero che negli Usa il dna gioca un ruolo centrale ma solo se converge con altre prove di tipo classico. In questa direzione un altro caso è il delitto di Meredith Kercher: Rudy Guede è stato l’unico a dire le cose come sono andate è stato condannato. Ha scontato la sua pena, e appena è uscito ha spiegato che il suo dna era stato rinvenuto sulla scena del crimine perché lui aveva cercato di aiutare la vittima”
La criminologia è ancora in primo piano sui mass media?
“Il tempo della criminologia mediatica sembra oramai scemato: abbiamo altri problemi ora, come è noto, che dominano le cronache. Dal punto di vista procedurale e processuale è un bene. Però se il caso Severi non riesce a diventare mediatico è evidente che tutto si chiuderà in fretta. Se invece diventerà mediatico qualcuno - magistrati compresi - potrebbe iniziare ad avere dubbi. Moti casi definiti mediatici avrebbero avuto meno attenzione se non fossero diventati tali”
Si è pentito di essere entrato in politica?
“La politica per me è finita 24 anni fa con l’Udr di Francesco Cossiga. Quando ero senatore o deputato non ho mai pensato di fare il mio lavoro ma quando l’avventura è finita sono tornato volentieri a farlo”
Ha mai avuto paura facendo il suo lavoro? È stato mai minacciato?
“Minacce? Si, certo, ne ho ricevute anche perché mi sono occupato anche di criminalità organizzata. Ma ho temuto di più altre cose. In primis il senso del ridicolo: quando ci si trova a fare i criminologi o le criminologhe delle televisioni è opportuno evitare di scadere e finendo ostaggi di dialettica comica e grottesca. Perché l’ambito di riferimento è invece quello serio e altro del processo penale. Ho temuto anche certi ambienti investigativi: da una parte ho conosciuto molti magistrati e investigatori seri, altre volte mi sono imbattuto in ambienti sospetti, per tante ragioni, come la ricattabilità”
Quanti tipi di perizie si contano?
“La perizia criminologica classica indaga la capacità di intendere o di volere o sulla pericolosità sociale. Poi ci sono le perizie che indagano sul profilo del colpevole quando non si ha la benché minima idea di chi possa essere. È stato un uomo o una donna? Un cristiano o un musulmano? Una persona di corporatura grossa o piccola? Un ladro o uno stupratore? Qui le cose si fanno più interessanti. A volte capita di indagare anche questioni “biologiche”. Per esempio una semplice e piccola cicatrice sul cervello può contare molto sulla decisione in merito alla capacità di intendere e di volere”
Da cosa dipende la pericolosità sociale?
“Quanto alla pericolosità sociale dipende da parecchi discriminanti: personalità, condizione sociale, relazioni, appartenenza eventuale a criminalità organizzata, condizionamenti ambientali. È una questione delicata specie quando concorre con l’incapacità di intendere e volere. In questo caso non si viene condannati ma se chi è ritenuto socialmente pericoloso rimane comunque in una Rems o in strutture protette. Che possono diventare manicomi criminali cronici”.










