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di Massimo Gaggi


Corriere della Sera, 23 agosto 2019

 

Il mondo della finanza non solo è da tempo convinto che il clima sta davvero cambiando, ma ha scoperto che grazie a ciò può fare un sacco di soldi. Duemila e cento miliardi di dollari, una cifra pari al Pil dell'Italia: è il valore del business delle catastrofi ambientali stimato (per difetto) dalle società come Cdp, che analizzano i rischi legati ai mutamenti climatici. In America, mentre Donald Trump e gran parte del mondo conservatore continuano a parlare del global warming come di una burla (secondo alcuni inventata dai cinesi per mettere i bastoni tra le ruote della crescita Usa), il mondo della finanza non solo è da tempo convinto che il clima sta davvero cambiando, ma ha scoperto che grazie a ciò può fare un sacco di soldi. Come? Disinvestendo dalle aree e dalle attività maggiormente a rischio di incendi, desertificazioni, allagamenti, dissesti idrogeologici, o puntando sui nuovi business: dal rafforzamento delle infrastrutture più vulnerabili alla costruzione di nuove protezioni, allo sviluppo agricolo di aree rese coltivabili dall'aumento delle temperature.

Ragionamenti di questo tipo circolano da anni, ma c'era una certa reticenza a proporre pubblicamente affari basati su eventi catastrofici che impoveriscono milioni di persone. Tutto è cambiato nel 2017 con tre uragani disastrosi e gli incendi che hanno devastato la California. Morte e distruzione, ma anche la formazione di nuovi, giganteschi business: soccorsi, assistenza, sgombero delle macerie, ricostruzione.

In pochi anni sono sorte e si sono moltiplicate società di ricerca che analizzano i rischi ambientali e vendono i loro studi alle imprese. La consacrazione di questo nuovo filone è avvenuta qualche settimana fa quando l'agenzia di rating Moody's ha comprato Four Twenty Seven, il maggior centro di analisi delle conseguenze economiche dei mutamenti climatici creato a Berkeley, nei pressi della celebre università.

Insomma Moody's, che dà i voti alle imprese così come alla solvibilità degli Stati appesantiti da un forte debito pubblico (lo sappiamo bene noi italiani, da anni nel suo mirino), sta incorporando anche la variante clima nel rating delle aziende valutate. Anziché battersi per arrestare il deterioramento del clima, dunque, ci stiamo rassegnando a convivere con eventi disastrosi, provando a trasformarli addirittura in occasioni di crescita del Pil. Idea che piace a chi è convinto che la molla del boom della seconda metà del Novecento sia stato il secondo conflitto mondiale.