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di Luca Attanasio

Il Domani, 21 luglio 2025

Sul Paese pesa l’impatto dell’ingresso di oltre un milione di persone. Ma non è l’unica emergenza. N’Djamena deve affrontare la progressiva distruzione dell’ambiente e i gravi disequilibri dell’ecosistema. Il conflitto che si combatte in Sudan dalla metà di aprile 2023, oltre a causare internamente centinaia di migliaia di vittime, sfollamenti biblici, distruzione, epidemie e fame, sta provocando una serie di effetti a cascata su una vastissima area che va dall’Egitto e la Libia a nord, l’Etiopia, fino all’Eritrea a est, il Sud Sudan e il Centrafrica a sud, e il Ciad a ovest. In questi paesi, tutti caratterizzati a loro volta da problematiche molto serie, gli esempi più lampanti sono la situazione di grave tensione in Libia, il Sud Sudan in uno stato di pre-guerra, e l’Etiopia in cui si riaccendono focolai di conflitto preoccupanti, sono entrati negli ultimi 26 mesi milioni di individui in fuga dalla guerra sudanese che hanno aumentato significativamente la demografia e sollevato inevitabilmente questioni di adattamento e convivenza molto delicate. Dei 14 milioni di profughi causati dalla crisi sudanese, infatti, 11 sono interni ma ben tre esterni.

La situazione critica - In Ciad, dalle settimane immediatamente successive all’aprile del 2023, sono confluiti almeno un milione di profughi (una cifra molto vicina a quelli approdati in Sud Sudan). La situazione è critica e rischia di raggiungere un punto di rottura anche perché il Ciad, oltre a essere uno dei paesi più impoveriti del continente, con molte problematiche interne, già accoglieva centinaia di migliaia di profughi provenienti dal Centrafrica o dallo stesso Sudan da periodi precedenti lo scoppio del conflitto sudanese.

Oltre al tema della gestione di una massa enorme di persone che entrano senza nulla nel paese, vanno affrontate una serie di altre questioni molto complesse tra cui la progressiva distruzione dell’ambiente e i gravi disequilibri dell’ecosistema. Purtroppo, le regioni orientali del Ciad, confinanti con il Sudan sono anche quelle più provate dal punto di vista climatico, essendo per il 70 per cento parte di zone desertiche o di savana arbustiva. Il sovraffollamento causato dall’emergenza umanitaria provoca un degrado progressivo dell’ambiente naturale, già in difficoltà per l’avanzare del deserto e per i cambiamenti climatici e per un tragico alternarsi tra periodi di siccità e inondazioni eccezionali.

“L’ambiente al confine con il Sudan - spiega Fabio Mussi, missionario laico del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), in Ciad dal 2021, che con una trentina di volontari della Caritas diocesana di Mongo presta servizio nei campi profughi di Métché e Farchana - presenta zone pianeggianti di terreno sabbioso o argilloso e colline rocciose con una copertura vegetale di alberi e arbusti che diminuisce progressivamente a causa dell’afflusso eccezionale di profughi e sfollati che ha raddoppiato la popolazione residente nei villaggi”.

Fuga dal Sudan - Nel frattempo la situazione in Sudan si complica, se è possibile, ogni giorno di più. A metà luglio, l’Unicef ha pubblicato un rapporto secondo cui il numero di bambini affetti da malnutrizione acuta grave solo nel Darfur, sarebbe aumentato del 46 percento tra gennaio e maggio 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024, mentre solo tra maggio e giugno scorsi si sono moltiplicate stragi e carneficine nella zona settentrionale del Darfur che hanno spinto tra le 80 e le 100mila persone a varcare il confine ciadiano.

“Vedi arrivare qui dopo giorni di cammino, nuclei composti in gran parte da donne e bambini - riprende Mussi - viaggiano solo con un fagotto. Nei loro volti oltre che la disperazione si legge la rassegnazione. La popolazione maschile è scarsa nei campi perché gli uomini o sono al fronte o sono morti. Nel campo di Métché, dove risiedono 80mila persone, la vita è dura e ad un certo punto ci siamo resi conto che la semplice assistenza non basta. Per questo abbiamo deciso di cambiare il nostro intervento passando dalla fase di aiuto emergenziale alla creazione di condizioni di lavoro e sussistenza e di lotta al degrado ambientale”.

La Caritas ciadiana sta puntando sulla realizzazione di cooperative di donne impiegate in coltivazioni comunitarie e sul recupero del territorio quale arma di resistenza all’erosione, alle alluvioni e alla desertificazione, nell’ottica di favorire adattamento e creazione di una economia circolare di auto-aiuto. “Al momento - di nuovo Mussi - sono più di 500 le donne che coltivano legumi utilizzando sistemi di irrigazione testati per il territorio. Riescono a rendere indipendenti loro stesse e i loro nuclei familiari. Inoltre stiamo realizzando progetti di restaurazione dell’ecosistema grazie a una tecnologia abbastanza semplice: la realizzazione di dighe costruite con “gabbioni” di filo di ferro intrecciato, riempiti di pietre. Un metodo efficacissimo per contrastare erosioni, burroni su torrenti stagionali e alluvioni”.

L’accoglienza e l’integrazione - Tra mille problemi che vanno dalla povertà all’instabilità politica (nel 2021 il generale Mahamat Idriss Déby ha preso il potere con la forza subito dopo l’uccisione del padre da parte di ribelli), dalle questioni ambientali, alla penetrazione jihadista, il Ciad può essere annoverato tra i paesi più ospitali al mondo. Come detto, accoglie oltre un milioni di sudanesi dal 2023 e centinaia di migliaia di altri che hanno trovato lì rifugio negli anni precedenti.

Attraverso il Cnnar (l’organismo governativo preposto ad assistere i profughi) cura più che dignitosamente l’organizzazione e la gestione della comunità degli individui che ora risiedono negli oltre 30 campi dislocati al confine. Non ha mai chiuso le frontiere e riconosce formalmente i profughi fornendo a tutti una carta di identità di rifugiato che vale come documento ufficiale.

“C’è una chiara volontà politica di integrare i profughi nel tessuto ciadiano - spiega Sabrina Atturo, cooperante internazionale della Fondazione Magis (gesuiti) - che è in qualche modo favorita anche dal fatto che i profughi che arrivano qui fanno parte in stragrande maggioranza delle stesse etnie dei ciadiani (il confine Ciad/Sudan è lungo 1.300 chilometri, le stesse etnie abitano da entrambi i lati della frontiera da secoli, ndr)”. La Fondazione è in Ciad da molti anni e gestisce progetti sanitari, progetti di formazione professionale per i giovani più vulnerabili e piani agricoli e di ecologia che mirano al rafforzamento socio- economico delle donne e alla protezione dell’ambiente.

“Il Ciad è in una fase di relativa stabilità politica a cui fa seguito una iniziale crescita economica (nel 2023 ha registrato una crescita del Pil del 4,1 percento, ndr) anche se la maggior parte della popolazione viva ancora con meno di un euro al giorno. Sta potenziando i parametri sanitari, migliorando il livello dell’istruzione e investendo in infrastrutture per rafforzare le comunicazioni interne ed esterne. Il tasso di malnutrizione, purtroppo, è ancora alto e persistono problemi di libertà di espressione e di soppressione delle opposizioni politiche, ma nel complesso si possono osservare segnali di crescita”.