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di Sabino Cassese

Corriere della Sera, 28 settembre 2024

Le istituzioni mondiali: l’urgenza di riformarle per rispondere ad una crisi profonda. In Europa e ai suoi confini sono ora in corso due guerre che violano i principi dell’Onu. Il diritto internazionale ha fallito la sua missione pacificatrice nel mondo? Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, si era sperato in un mondo tranquillo, senza guerre, almeno nelle zone colpite dai due conflitti mondiali. Invece, in Europa e ai suoi confini sono ora in corso due scontri che, nella loro conduzione, violano non solo la Carta delle Nazioni Unite, ma anche i principi del diritto bellico, secondo i quali non bisogna colpire i civili.

Da un lato, la strategia russa, attaccando le centrali elettriche, mira proprio a colpire i civili e a rendere loro difficile la vita all’approssimarsi dell’inverno. Dall’altro, Israele svolge una estesa azione di polizia in un territorio non proprio, per catturare o uccidere i membri di una organizzazione terroristica, operando con mezzi militari che danneggiano principalmente i civili. Il segretario generale delle Nazioni Unite, parlando all’Assemblea generale, il 24 settembre scorso, ha ripetuto più volte che lo stato del mondo è insostenibile e che sono minacciate le basi stesse del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, con i civili che pagano il prezzo più alto. Il segretario di Stato americano Antony Blinken, parlando nei giorni scorsi al Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha messo in evidenza la violazione della Carta delle Nazioni Unite da parte della Russia e in quell’occasione è emersa l’esistenza di una forte tensione tra Stati Uniti, da un lato, Russia e Cina dall’altro.

La situazione del mondo è oggi molto difficile, ma non disperata. Innanzitutto, bisogna distinguere quella che gli inglesi chiamano “high politics” da quella che viene chiamata “low politics”. Infatti, la rete dei circa 250 mila trattati esistenti nel mondo, il diritto internazionale consuetudinario e i 2 mila sistemi regolatori globali assicurano ancora un ordine nel mondo; a livello più basso e minuto, è garantito un minimo di regole per i trasporti, il commercio, la circolazione delle persone, gli usi del mare e dell’aria, e così via.

È a livello più alto, quello che riguarda la pace e la sicurezza nel mondo, che vi sono crescenti minacce che derivano non solo dalla fragilità della rete posta in essere ottant’anni fa, ma anche dalla stessa fragilità interna degli Stati, dove la debolezza o l’assenza di democrazia impedisce l’azione dei freni interni che possono impedire le aggressioni esterne.

Nel 2025 si festeggeranno gli ottant’anni della Carta delle Nazioni Unite, frutto dell’accordo di 51 Stati (il cui numero si è ora quasi quadruplicato). È dunque giunto il momento di una riflessione sulla costituzione mondiale. Negli anni ‘30 e ‘40, quando il mondo era sottoposto a minacce ancora più gravi di quelle attuali, da più parti, con energia e lungimiranza, oltre che con una buona dose di utopismo, si pensò a una vera e propria costituzione mondiale. Uno dei progetti fu il frutto dell’iniziativa di un gruppo di intellettuali tra cui svolse un ruolo molto importante Giuseppe Antonio Borgese. Ora il mondo è cambiato, è diventato multipolare, come ha dimostrato nella sua ultima riflessione un grande esperto di geopolitica come Henry Kissinger.

La struttura del nucleo essenziale delle Nazioni Unite, costituito dal Consiglio di sicurezza, l’organo chiamato al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, composto di 5 membri permanenti e 10 non permanenti, eletti per due anni per gruppi geografici e non immediatamente rieleggibili, va ripensata. Gli studi e le negoziazioni per la riforma del Consiglio di sicurezza sono stati avviati fin dal 2009, ma occorre il consenso di due terzi dei voti all’Assemblea generale, per decidere; a questo si deve aggiungere la ratifica degli Stati.

Le proposte oggi sul tappeto sono numerose. Vi è quella degli Stati Uniti, che mira ad allargare la rappresentanza a due membri di Stati africani, a uno per gli Stati insulari, nonché all’India, al Giappone e alla Germania. La Federazione russa ha proposto un allargamento alla rappresentanza di Paesi africani, asiatici e dell’America latina, ma si oppone alla entrata nel Consiglio di sicurezza, con un membro permanente, della Germania e del Giappone.

Più articolata e più intelligente la proposta del gruppo “Uniting for consensus”, che comprende 12 Paesi (Argentina, Canada, Colombia, Costa Rica, Italia, Malta, Messico, Pakistan, Corea, San Marino, Spagna, Turchia). Il gruppo propone l’allargamento nel Consiglio di sicurezza, a lunga durata e con la possibilità di rielezione immediata, a persone che rappresentino gruppi regionali, uno dei quali sarebbe l’Unione europea. Si otterrebbe, quindi, un risultato simile a quello della costituzione mondiale studiata a Chicago negli anni ‘40 del secolo scorso, che prevedeva un Parlamento universale, ma fondato su elezioni regionali, in modo da creare una sorta di piramide con una base molto larga, per assicurare il rispetto dei principi indicati dal presidente del Consiglio dei ministri italiano nel discorso tenuto il 25 settembre scorso alla settantanovesima riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, quelli di eguaglianza, di democraticità e di rappresentatività. Così si potrebbe superare la forte asimmetria tra un mondo composto di 193 Stati e il Consiglio di sicurezza, nel quale sono presenti stabilmente 5 Stati, con potere di veto, e, a rotazione, soltanto altri 10 Stati.