di Dario Raffone
Corriere del Mezzogiorno, 23 dicembre 2020
I lettori di questo giornale sono a conoscenza della vicenda relativa alle dichiarazioni del Presidente dell'Associazione nazionale magistrati in risposta alle affermazioni, apparse sul Corriere della Sera, del professor Giavazzi, noto economista ed editorialista.
Esse, non vi fosse un contrasto sul modo di intendere questo servizio fondamentale per la democrazia di qualsiasi Paese. Circola, nei pensatoi delle varie Correnti che costituiscono l'Anm (e che declinano programmi quasi del tutto sovrapponibili), l'idea che i problemi della giustizia siano legati a performances quantitativamente inadeguate, quanto alle definizioni dei giudizi, sia in campo civile che penale.
Si tratta di temi complessi che non possono essere affrontati con la scure dei numeri indipendentemente dalla qualità della risposta giudiziaria se non altro perché dietro ogni decisione c'è una vita, un destino, grande o piccolo che sia. Sia solo concesso ricordare che sono ormai anni che le definizioni civili superano le sopravvenienze mentre le effettive difficoltà del settore penale sono legate ad un rito inadeguato che ha ingigantito il momento delle indagini preliminari (con tanto di clamori mediatici, conferenze stampe e quant'altro) a scapito del momento di accertamento dell'effettiva responsabilità penale e cioè il dibattimento.
Non sembra, però, ed è questa la cosa che muove il più fermo dissenso, esservi, all'interno dell'Anm, alcuna consapevolezza circa il fatto che la crisi della giustizia è anche la crisi di una società che non riesce più stare insieme senza ricorre al diritto. Si vedano, l'enorme numero di cause per liti condominiali o determinate dalla totale inefficienza della pubblica amministrazione che ormai è fra le prime produttrici di contenzioso civile. Da qui una domanda smisurata di giustizia, ampliata dalla declinazione di sempre nuovi diritti con un accesso alle aule dei Tribunali altrettanto smisurato. Solo per fare un esempio: la Cassazione civile emette oltre 30 mila sentenze all'anno, un numero enorme assolutamente incompatibile con la natura e le funzioni di tale organo.
È necessaria quindi la forte consapevolezza che non ci si trova solo di fronte ad un problema di risorse, che non ci sono, ma che esiste qualcosa che riguarda la vita di ciascuno di noi, il nostro orizzonte di senso e che ci spinge ad affidarci alla regolazione giuridica, anticamera di una crescente anomia dei rapporti sociali.
Va anche detto chiaramente che la magistratura, anche la più efficiente, non è in grado di dare risposte alle crescenti contraddizioni sociali indotte da diseguaglianze economiche, sempre più marcate, dal rarefarsi di politiche solidaristiche sempre meno finanziate. Il dramma di questa attuale pandemia mette in evidenza ogni giorno cosa ha significato "l'efficienza" nella sanità. Ma il tema è un altro: premesso che l'efficienza è uno strumento necessario, bisogna allora chiedersi quale efficienza vogliamo, con quali scelte e a quale costo.
Perché l'efficienza non ha limite e si può sempre essere più efficienti. L'efficienza deve servire ad uno scopo. Ed è sul tipo e la natura di tale scopo che bisogna interrogarsi. E, conseguentemente, interrogarsi anche su quale tipo di giustizia vogliamo. Una giustizia che dia risposte, in tempo ragionevole, ma frutto di riflessione e ponderatezza o un prodotto standardizzato, reso con i ritmi di una catena di montaggio, senza troppi distinguo.
Ogni opzione è lecita. E probabilmente, con le necessarie informazioni e le dovute riflessioni, ogni cittadino può aderire all'uno o all'altro scenario. Deve esser quindi essere la Politica, intesa nel senso più alto, ad effettuare queste scelte, ad adottare i modelli ritenuti conformi ad esse e, coerentemente, perseguirli con le relative dotazioni. La Politica e non già un'associazione privata alla quale, da molti anni, è venuta a mancare la linfa di una seria capacità riflessiva.











