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di Gerardo Villanacci

Corriere della Sera, 4 agosto 2022

La sfiducia non si traduce solo in astensionismo ma anche in un pericoloso dissenso verso i valori democratici. In un lampo ci siamo ritrovati in piena campagna elettorale. Quella formale ovviamente poiché dal punto di vista sostanziale come è noto i partiti sono sempre in campagna elettorale e quindi pronti ad affrontarla anche repentinamente come in questo caso. Semmai il problema è di merito poiché anche questa volta si registrano i consueti conflitti all’interno delle coalizioni e, in alcuni casi, dei partiti che le compongono, su tematiche non propriamente fondamentali per l’interesse del Paese e nonostante vi sia consapevolezza che l’appuntamento elettorale del prossimo settembre rappresenterà uno snodo fondamentale per scongiurare le pericolose insidie della crisi della rappresentanza politica, aggravata dalla riduzione del numero dei parlamentari.

La centralità di detta ultima questione è rappresentata della stretta correlazione tra la rappresentanza politica e quella democratica che, in un sistema rappresentativo come il nostro, esprime l’essenza del concetto di sovranità popolare la cui alterazione determina l’allargamento del divario tra i rappresentanti politici e i cittadini alimentando la sfiducia degli stessi verso le istituzioni.

Pur essendo incontrovertibile che la riduzione del numero dei parlamentari sia stata attuata per indebolire gli istituti della democrazia rappresentativa a vantaggio di quella diretta, risulterebbe oggi anacronistico un dibattito sulla fondatezza di questa scelta politica oppure se attraverso la stessa vi sarà effettivamente una maggiore efficienza del Parlamento oltre a un consistente risparmio della spesa pubblica.

Tuttavia, è evidente che la riduzione del numero dei parlamentari è una riforma non controbilanciata da altre, come sarebbe stato opportuno fare per evitarne gli effetti negativi sulla rappresentatività. Per esempio, piuttosto che limitarsi a neutralizzare la legislazione elettorale (come è avvenuto con la legge n. 51 del 2019) sarebbe stato più opportuno quantomeno tentare di realizzarne una più adeguata a garantire la rappresentatività delle minoranze e, soprattutto, in linea con l’ampliamento delle circoscrizioni elettorali che in alcuni casi, per quanto riguarda il Senato, comprendono più di ottocentomila cittadini, quasi il doppio rispetto a quelli attuali. Oppure, assumere misure volte al superamento del bicameralismo perfetto ormai unanimemente ritenuto inadeguato.

Oggi più che mai il ruolo dei partiti politici risulta essere determinante per preservare il sistema democratico attraverso una rinnovata funzione di mediazione tra le istanze del popolo e le scelte dell’amministrazione pubblica.

La democrazia diretta non deve escludere quella rappresentativa ma anzi può aiutare a riequilibrarla costruendo un luogo pubblico di incontro tra i cittadini e i governanti. D’altra parte, i tentativi di realizzare innovative forme di rappresentanza diretta hanno in un certo qual modo rafforzato la convinzione che non è possibile escludere la mediazione della politica, cosicché la soluzione della crisi democratica non può risolversi nella sua negazione quanto piuttosto in una riqualificazione della stessa. Contrastare la tendenza post-democratica implica l’assunzione di una piena consapevolezza che la democrazia appartiene al popolo il quale alla lunga comprende e non tollera di essere trattato come pubblico.

Senza dubbio l’indebolimento del rapporto di rappresentanza è causato da molti fattori e verosimilmente oggi potrebbe essere inasprito dalla intervenuta riforma costituzionale. Un rischio che prima di altri dovrebbe essere avvertito proprio dai partiti politici, i quali dovrebbero prendere coscienza che la sfiducia nei loro confronti non si traduce unicamente in una minore partecipazione al voto bensì anche in un più pericoloso dissenso verso i valori democratici.

Da qui la necessità, per certi versi l’urgenza, di alimentare la partecipazione sia individuale che collettiva poiché solo in tal modo si può giungere a una corretta trasformazione sociale cogliendo i reali bisogni dei cittadini coniugando, al contempo, la governabilità con la rappresentanza.