di Giampiero Rossi
Corriere della Sera, 30 agosto 2020
Crescono i disoccupati. Dalla Caritas aiuti a oltre 19 mila persone. Emergency: stessa paura del futuro che vediamo lontano da qui. Arca: richieste raddoppiate. Il lockdown non è praticamente mai finito per una popolazione quasi invisibile, dispersa tra quartieri della cintura periferica e condomini semicentrali, storicamente fuori degli schermi radar di qualsiasi servizio sociale.
È soprattutto lì, dietro le porte chiuse di appartamenti insospettabili, che abitano alcuni tra i nuovi poveri di Milano, da quasi sei mesi precipitati in una battaglia quotidiana con i conti e con le bollette. Il "loro" mercato del lavoro è come un lago prosciugato.
Perché anche nella metropoli del business, nelle acque dell'economia informale, per quanto torbide, fino all'8 marzo scorso decine di migliaia di persone hanno trovato occasioni di reddito. Poi è arrivata la paralisi totale per l'emergenza sanitaria, e col passare dei giorni, a gruppi, a fasce, a categorie, hanno iniziato a bussare alle porte della rete di solidarietà. Dalle prostitute ai parcheggiatori abusivi, dai facchini in nero alle colf, e poi camerieri e commessi dai contratti a chiamata e tante altre persone che hanno sempre lavorato, ma senza tutele.
Soltanto la Caritas Ambrosiana è entrata in contatto complessivamente con più di 19 mila persone. E sulla scena milanese, oltre al Comune e al volontariato cattolico, si sono impegnati anche soggetti abituati a muoversi in ben altri contesti. Come Emergency: "Non eravamo abituati a ricevere qualcuno che aveva bisogno di una mano direttamente negli uffici dove progettiamo i nostri interventi - spiega Marco Latrecchina, responsabile del progetto "Nessuno escluso".
E nemmeno loro erano abituati a chiedere". Lo sguardo di chi è abituato a operare in Paesi come l'Afghanistan, il Sudan o la Sierra Leone, aiuta a capire cosa sia accaduto a Milano: "È una povertà che l'aiuto tradizionale fatica a raggiungere, perché è eterogenea e spesso non possiede nemmeno i requisiti formali per accedere a misure di sostegno pubbliche. Magari il loro ultimo Isee non è così basso, perché l'anno scorso lavoravano in modo precario ma continuativo. Altri hanno diritto alla cassa integrazione ma in attesa di riceverla si sono ritrovati senza un euro. E poi ci sono le partite Iva, i giovani che lavoravano per gli eventi, per la ristorazione, i precari... Oggi molte di queste persone si sono di colpo scoperte vulnerabili e nei loro occhi vediamo lo stesso smarrimento e la stessa paura del futuro che purtroppo abbiamo visto tante altre volte lontano da qui". Ma anche chi è impegnato da anni sul terreno milanese ricava la stessa impressione: "Registriamo un raddoppio, da mille a duemila, delle famiglie in difficoltà che si sono rivolte a noi - osserva Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Progetto Arca.
Hanno bisogno, anche per la prima volta, di un sostegno economico per pagare l'affitto o di un sostegno alimentare perché i soldi non sono più sufficienti per fare la spesa. E dal Social market di Rozzano e dagli assistenti sociali con cui siamo in contatto le richieste di aiuto continuano ad arrivare. Alcune sono da considerare temporanee, cioè provengono da famiglie in cui gli adulti sono in cassa integrazione ma dove la speranza è di una ripresa; altre invece entreranno in povertà, in particolare a causa della perdita del lavoro".
Le nuove povertà, tuttavia, si sommano a quelle già individuate. Secondo stime elaborate un paio di anni fa dalla Fondazione Cariplo, a Milano ci sarebbero oltre 33 mila famiglie (più di oltre centomila persone) in povertà assoluta. E tra loro 21 mila bambini privi di "un'alimentazione regolare ed equilibrata, una casa adeguata e riscaldata, cure mediche e l'accesso ad attività di svago".










