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di Michele Gambirasi

Il Manifesto, 10 gennaio 2026

I casi di cronaca trasformati in propaganda. Meloni: “Spesso i magistrati sulla sicurezza rendono vano il lavoro del Parlamento, del governo e delle forze dell’ordine. Posso citare decine di casi”. La replica dell’Anm: “La costante delegittimazione dei magistrati è pericolosa per la tenuta dello stato di diritto”. Non è una questione solo di campagna referendaria. Certo, quella è alle porte ed è sempre bene alimentarla, e l’argomento lo hanno offerto i cartelloni esposti dal comitato per il No, già bersagliati negli scorsi giorni. “Se chi ha nel suo dna la ricerca della verità scrive una menzogna per difendere la sua campagna, questo delegittima. Così come le menzogne delegittimano la politica e i giornalisti” ha detto ieri la premier Meloni durante l’annuale conferenza stampa, in riferimento allo slogan “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”.

Ma l’attacco più duro nei confronti della magistratura ieri Giorgia Meloni lo ha sferrato agganciandosi al tema delle inchieste, mettendone in discussione l’esito. 

“Se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura, che è fondamentale in questo disegno” ha detto nel corso della conferenza stampa di inizio anno. Dunque ha citato alcuni casi di cronaca: su tutti quello di Mohamed Shahin, l’imam di Torino di cui il Viminale aveva decretato l’espulsione e poi è stato liberato dalla Corte d’appello di Torino che ne ha smentito la pericolosità. Decisione confermata ieri dalla Cassazione, che ha annullato con rinvio il provvedimento di espulsione dopo il ricorso del Viminale. “La polizia dimostra la sua pericolosità, il ministro ne dispone l’espulsione e l’espulsione viene bloccata. Posso citare decine di casi. Quando questo accade è vano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento. Un appello a lavorare tutti nella stessa direzione può fare la differenza” ha attaccato Meloni.

Il “disegno”, per usare le parole della premier, sarebbe quindi una sostanziale revisione del meccanismo di funzionamento dello stato di diritto e della separazione dei poteri, in ragione di una necessaria continuità tra le decisioni prese dalla maggioranza e la loro applicazione nei tribunali. Il messaggio è tanto semplice quanto efficace, rivolto peraltro con una notevole sincerità nonostante punti direttamente alle istituzioni di garanzia, verso cui il fastidio non è stato mai celato. Da questo punto di vista le accuse da parte del governo si sono sommate da inizio legislatura: dai centri per le procedure accelerate di frontiera in Albania, i cui trattenimenti sono stati disapplicati dai giudici dell’immigrazione in forza delle normative Ue, di cui ieri Meloni ha rivendicato il cambio di direzione (“abbiamo ribaltato la linea Ue in tre anni”), al progetto salviniano del Ponte sullo stretto bocciato dalla Corte dei conti (ridimensionata con una riforma approvata a fine dicembre), passando per il caso Almasri, quando la premier descrisse l’indagine della procura di Roma come “un danno per la nazione”, accusando “un pezzetto di magistratura” di voler “governare”.

Ma quelli di ieri non sono stati attacchi, giura la premier, solo accorati appelli al buon senso: “Ho fatto un elenco delle responsabilità dei magistrati sulle questioni di sicurezza. Chi ha ruoli di responsabilità è chiamato a quelle responsabilità. Il tema della delegittimazione non c’è”. “I Magistrati italiani svolgono il compito previsto dalla Costituzione, quello di applicare la legge e tutelare i diritti - ha risposto ieri l’Associazione nazionale magistrati -. Lo hanno fatto in maniera equilibrata nonostante i pesanti attacchi ricevuti da più parti. La costante delegittimazione dei magistrati, del loro lavoro e delle decisioni prese solo ed esclusivamente in base alla legge è pericolosa per la stessa tenuta dello Stato di diritto”. “All’università si impara che la magistratura deve tutelare i diritti e le garanzie di tutti, a prescindere dagli orientamenti in materia di sicurezza delle maggioranze di turno. Chi è garantista sul serio lo sa bene” ha detto il segretario di Area, Giovanni Zaccaro.

Galeazzo Bignami, capogruppo meloniano alla Camera, ha saldato il legame tra sicurezza e campagna referendaria: per rendere più sicure le città, ha detto, “è necessario una riforma della giustizia, come quella su cui voteremo in primavera, che liberi i magistrati dal peso delle correnti, che di fatto li porta ad un’applicazione ideologica delle leggi, consumata sulla pelle dei cittadini stessi”. Non solo votare contro i giudici, ma votare per la propria sicurezza.

Ieri la premier ha confermato che la consultazione si terrà il 22 e il 23 marzo, e che la decisione verrà presa nel prossimo consiglio dei ministri prima del 17 gennaio. “La data ci sembra ragionevole” ha detto Meloni, che ha deciso di non attendere il termine del 30 gennaio per la raccolta delle firme, il cui comitato sta preparando il ricorso.