di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 27 agosto 2025
Per il nuovo potere l’informazione è un problema. Oggi si vuole togliere il bisogno di leggere, di sapere, di capire. Mariam Abu Dagga, reporter vittima dell’attacco all’ospedale di Gaza, consapevole del rischio connesso al suo lavoro, ha lasciato al figlio una bellissima lettera in cui scrive: “Voglio che tu tenga la testa alta, che studi, che tu sia brillante e distinto, che diventi un uomo che vale, capace di affrontare la vita, amore mio”. Questa donna, abituata a fissare le cose del mondo attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, mette così in relazione due principi da trasmettere a suo figlio, rendendoli conseguenziali: “Studia, per diventare un uomo che vale, capace di affrontare la vita”. Quella donna, insieme ad altri colleghi, è stata uccisa dal bombardamento deciso da Israele, uno Stato che rientra tra quelli in cui vige un sistema democratico.
Ci sono episodi della cronaca che spesso assumono un valore simbolico, che descrivono le tendenze di uno spirito del tempo. Si può continuare a non vedere che i giornalisti, gli scrittori, l’arte, la letteratura, il teatro, il cinema e persino le università sono ormai diventati uno dei bersagli di questa stagione politica mondiale? In Florida, ha scritto il “Guardian”, lo Stato guidato dai repubblicani ha deciso di vietare centinaia di libri e di espellerli dalle biblioteche scolastiche. Sono ovviamente i volumi che riguardano le tematiche della sessualità, è in corso infatti una nuova campagna omofoba, ma persino titoli come “Il diario di Anna Frank”.
Qualche giorno fa Trump ha accusato lo Smithsonian, prestigiosa istituzione museale, di privilegiare temi come lo schiavismo e le differenze sessuali e ha persino indicato un certo numero di opere d’arte da rimuovere perché non confacenti allo spirito americano fissato per decisione statale, anzi governativa. Poi il presidente si è scagliato contro le reti televisive che, a suo dire, non celebrano sufficientemente “gli otto mesi migliori nella storia”, definendo le reti “Abc” e “Nbc” “due delle peggiori e più faziose della storia” e facendo intendere che sarebbe bene che fosse revocata la loro licenza. D’altra parte giornalisti non allineati sono stati cacciati dalle conferenze stampa perché, per chi oggi siede nello Studio Ovale, la libertà dei giornali di esprimere critiche: “Deve finire. Deve essere illegale”. Così come si tagliano finanziamenti a chi disobbedisce, come è accaduto alla rete radiofonica pubblica “Cpb” o a prestigiosi atenei.
Mi sono tornate alla mente le parole pronunciate all’Ahmerst College dal presidente Kennedy, pochi giorni prima di essere ucciso. Stava parlando del suo poeta preferito, Robert Frost, e disse: “Gli uomini che creano il potere danno un contributo indispensabile alla grandezza della Nazione, ma gli uomini che mettono in discussione il potere danno un contributo altrettanto indispensabile, soprattutto quando tale messa in discussione è disinteressata, perché sono loro a determinare se siamo noi a usare il potere o se è il potere a usare noi. Quando il potere conduce gli uomini all’arroganza, la poesia gli ricorda i suoi limiti. Quando il potere restringe gli ambiti di interesse dell’uomo, la poesia gli ricorda la ricchezza e la diversità della sua esistenza. L’artista, per quanto fedele alla sua personale visione della realtà, diventa l’ultimo paladino della mente e della sensibilità individuale contro una società invadente e uno Stato invadente”.
Per il nuovo potere invadente la libera informazione e la libera cultura sono un problema. Il mondo che si vuole è un luogo in cui esistano solo due protagonisti: chi comanda e un popolo ridotto a consumatore passivo di fake news, se possibile orientate a favore del governo.
Il potente e i followers, cioè i seguaci. Nient’ altro.
Non è una storia di oggi: ogni dittatura, di ogni colore, in Urss come nella Germania degli anni trenta o nell’Italia del ventennio, ha censurato, impedito di lavorare, incarcerato chi, nella cultura o nell’informazione, non si rassegnava a piegare la testa. Il fascismo diceva agli italiani che dovevano fare solo tre cose: “Credere, obbedire e combattere”. La democrazia è nata per celebrare l’opposto: “Studiare, pensare, partecipare”. Ma il mondo non sta andando nella direzione di favorire queste tre virtù che possono essere esercitate solo se ne viene garantita la totale, assoluta libertà. Anche per questo, personalmente, non ho mai amato la cancel culture, ma preferito l’integrità della storia, con le sue spine e i suoi rovi. La cancel culture non va bene né quando è di sinistra né quando è di destra.
Ma oggi il problema rischia di essere ancora più radicale. Perché non è solo una pressione dall’alto a limitare l’accesso alla cultura e al sapere o a condizionarne gli indirizzi, ma la stessa struttura cognitiva della società che ha spostato gran parte dell’uso del tempo per conoscere sugli smartphone invece che sui libri o sui giornali. Il “Washington Post” ha scritto che la percentuale degli americani che legge un libro per piacere è scesa del 40% in venti anni e il “Guardian”, parlando dell’Inghilterra, ha rivelato che è calato del 25% il numero dei genitori che sono soliti leggere ad alta voce un libro ai loro figli. Illusi di padroneggiare il mondo stiamo diventando dei semplici seguaci. Il nuovo potere e il nuovo spirito del tempo lavorano per non avere neanche bisogno di imbrigliare la libera informazione e la libera cultura. Vogliono fare di peggio: toglierci persino il bisogno di leggere, di sapere e di capire. Vogliono, per usare le belle parole di Mariam, che non siamo più capaci di “affrontare la vita”.











