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di Alessandro Campi

Il Messaggero, 23 gennaio 2023

Se la mafia è l’anti-Stato, lo Stato dovrebbe essere, per logica e buon senso, l’anti-mafia. Ma in Italia le cose non sono così semplici. Come dimostrano le reazioni all’arresto di Matteo Messina Denaro: molta pubblica soddisfazione, certo, ma soprattutto dubbi, sospetti e insinuazioni velenose.

Lo hanno preso solo perché malato e sulla base di un patto scellerato con lo Stato? Come ha fatto a nascondersi per trent’anni se non perché protetto ai più alti livelli? Sapendo dove erano i suoi rifugi, perché non lo si è acciuffato prima? Anche a lui, come a Riina, si è permesso di occultare o distruggere le carte più compromettenti? Lo hanno catturato, con una colossale messa in scena, gli stessi che ne hanno protetto la latitanza?

Un tempo i buoni e i cattivi si riconoscevano facilmente, fatta salva la possibilità per ognuno di scegliere da che parte stare. Da noi sembra ormai prevalsa una visione della politica, della società, del potere e della giustizia giocata piuttosto sulla labilità del confine tra bene e male, sulla strutturale reversibilità e ambiguità dei ruoli, sulla dialettica mai risolvibile tra le verità apparenti che si ha interesse a raccontare e i segreti reali che si ha interesse a non rivelare.

Insomma, sulla teoria-teorema per essenza populistica e indimostrabile per via empirica del “doppio Stato” o dello “Stato profondo”, divenuta per molti circoli politici-intellettuali il paradigma di lettura preferito della storia italiana contemporanea. L’unico in grado di spiegarne i misteri, i vizi genetici, le contraddizioni sociali innate, le tragedie pubbliche ricorrenti, le debolezze politico-istituzionali, come anche la scarsa tenuta morale dei suoi gruppi dirigenti e dei suoi stessi cittadini.

Con l’esclusione, va da sé, della minoranza virtuosa che di quel paradigma ha fatto una sorta di canone politico-storiografico da insegnare finanche ai giovani nelle scuole affinché comprendano in quale brutto Paese hanno avuto la sventura di nascere e vivere. Parliamo di quell’idea di Stato secondo la quale quest’ultimo - dalla sua rinascita dopo la dittatura fascista, ma in realtà da quando l’Italia esiste come realtà unitaria - sarebbe manovrato da un nucleo di potere occulto che nessuno sinora è riuscito a disarticolare, per quanto alcuni coraggiosi - magistrati, giornalisti, qualche raro politico - vi abbiano talvolta provato.

Secondo questo schema, non ci si riferisce all’attività di singoli servitori infedeli delle istituzioni, a semplici corrotti magari al servizio di qualche potenza esterna, ma a un sistema organizzato che nei decenni ha travalicato il ruolo formale dei partiti, infiltrato a ogni livello le burocrazie e la stessa vita economica, tessuto alleanze organiche e trasversali coi più diversi contropoteri criminali. Sino a costruire una struttura di comando parallela e quella legale, ma ben più solida ed efficiente di quest’ultima.

Il problema è che tale modo di leggere le dinamiche politico-sociali del nostro Paese è strada facendo divenuto sentimento sempre più comune, diffuso e acriticamente accettato da pezzi crescenti di opinione pubblica, grazie a una duplice saldatura nel frattempo operatasi: da un lato, con l’atteggiamento di diffidenza e distanza che gli italiani, per complesse ragioni storiche, hanno sempre avuto verso le istituzioni pubblico-statali; dall’altro con la mentalità cospirazionista e paranoide che è ormai divenuta uno dei tratti caratterizzanti l’odierna cultura di massa.

Ci si può fidare di uno Stato (e dei suoi rappresentati formali) anche solo sospettato di tramare e di venire a patti (nemmeno per paura o debolezza, ma per l’interesse di pochi e per brama di potere) con coloro che dovrebbe invece perseguire, si tratti di mafiosi o magari anche di terroristi? Ovviamente no, con i risultati che nei decenni abbiamo visto: la perdita crescente di quel senso della fiducia e della lealtà, tra Stato e cittadini, senza il quale nessuna convivenza ordinata è possibile.

È così accaduto che la storia segreta o occulta d’Italia si sia mangiata quella palese e manifesta, alla quale nessuno più crede considerandola solo la copertura edificante e didattica di una realtà delle cose profonda e conturbante custodita da pochi e che gli italiani avrebbero diritto finalmente a conoscere, per come la si può ricostruire nelle aule dei tribunali, se solo la magistratura potesse fare il suo corso, più che nei libri di storia.

Un desiderio collettivo di giustizia e verità in sé apprezzabile e condivisibile visto che nella storia d’Italia (come in quella di ogni altra nazione) non mancano effettivamente i buchi neri, le pagine controverse e gli episodi spesso destinati a restare inspiegati. Ma all’interno del quale rischia però di incunearsi una visione alterata e grossolana della democrazia italiana, ridotta proprio da coloro che si ergono a suoi campioni e difensori a una sommatoria di vicende oscure e trame indicibili, a un noir politico-giudiziario, a una congiura permanente per il potere e i soldi.

Sino a definire quel clima d’opinione grazie al quale il qualunquismo antipolitico, da semplice vocazione protestataria, ha finito per trasformarsi in una realtà politica sempre più radicata nel corpo sociale. E all’interno del quale vanno altresì inquadrati il conflitto ormai endemico tra magistratura e politica (con la prima impegnata a perseguire coloro che la seconda si ostinerebbe a proteggere) e un modello di giornalismo che si vorrebbe di mobilitazione civile e contropotere democratico, ma che in realtà spesso sfocia nel sensazionalismo intriso di retroscena a buon mercato e nello spirito di denuncia ma sempre a danno degli avversari politici del momento.

Se è vero che la criminalità (quella vera) prospera maggiormente dove ci sono caos sociale, sfiducia generalizzata e istituzioni deboli bisognerebbe allora chiedersi quanto pericoloso sia stato coltivare e continuare a propalare questa lettura di un potere pubblico, come quello italiano, abituato a sua volta ad agire nell’illegalità. Delegittimare rappresentanti e apparati dello Stato con l’arma del sospetto permanente equivale a ricercare la verità o è un favore fatto ai suoi nemici?