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di Davide Ferrario

Corriere della Sera, 11 marzo 2026

Fanno discutere alcuni provvedimenti presi dal Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria, l’organo incaricato della gestione delle carceri italiane, riguardanti le attività culturali dietro le sbarre. A Rebibbia si è arrivati al paradosso di consentire ad alcuni detenuti che fanno teatro (un’attività che va avanti con successo da decenni) di poter salire in palcoscenico solo se non c’è il pubblico. Ma anche dalle nostre parti non si scherza. A Saluzzo è stata annullato lo storico programma di incontri tra detenuti e studenti delle superiori che si teneva nell’ambito delle attività del Salone del Libro, considerato “inopportuno”.

Viene la tristezza nel constatare quanto vengano frustrate le energie del volontariato: perché quasi sempre di questo si tratta, di iniziative che non costano una lira alle istituzioni ma che spesso rappresentano l’alternativa a un sistema che - contro lo spirito della Costituzione - non educa né riforma ma riproduce solo sé stesso.

Per fortuna non ci sono solo cattive notizie. Al Lorusso e Cutugno di Torino, per esempio, sono in corso proprio in questo periodo attività rivolte soprattutto a una popolazione carceraria di tipo nuovo, molto diversa da quella che io stesso ho conosciuto alle Vallette nel primo decennio del Duemila, durante i miei anni da “articolo 17”, la dizione ufficiale per i volontari. Intanto, allora il carcere poteva contare su una politica di apertura che consentiva uno scambio proficuo tra istituto e territorio. Ma, soprattutto, chi stava dentro corrispondeva a un tipo di devianza tradizionale: forse più socialmente pericoloso, ma anche culturalmente più strutturato.

Oggi in carcere, anche per effetto del Decreto Caivano, ci sta invece una marea di giovani, spesso stranieri, che sono cani sciolti refrattari a qualsiasi sollecitazione, spesso con problemi di dipendenza da psicofarmaci. Proprio a un gruppo di loro è dedicato il lavoro che sta facendo il regista Giuseppe Schillaci, con un progetto promosso da Liberazioni, il festival dedicato al carcere dall’associazione Museo Nazionale del Cinema.

Dall’inizio di marzo, con la concreta partecipazione della direzione e delle educatrici, si sta svolgendo un laboratorio di cinema che porterà alla realizzazione di un cortometraggio. Qualcuno si chiederà: sì vabbè, ma a cosa serve il cinema in carcere? Io, dopo averci girato un film e una serie di corti a uso interno, posso rispondere con franchezza e senza buonismi. No, il cinema non salva nessuno né l’arte opera miracoli: ma il lavoro condiviso che si fa su un set indica una via diversa a chi vi partecipa. Nella mia esperienza dà un senso alle giornate “dentro” tramite la collaborazione su un progetto collettivo, educa al lavoro. È questo che può aprire le coscienze a non arrendersi all’abbrutimento: che è la vera condanna che si sconta oggi nei penitenziari italiani.