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di Giada Ceri*


La Repubblica, 20 novembre 2019

 

La cultura rende liberi? Sì? Bene: allora potrebbe aprire anche le porte di un carcere? All'inizio ho formulato la domanda come una provocazione, perché lo scambio fra lettura e libertà mi sembrava poco convincente.

Ne lessi sui giornali nel 2014, quando l'assessore alla Cultura della Regione Calabria propose un'idea ispirata al brasiliano Reembolso através da leitura, programma di recupero approvato nel Paraná e nel Ceará nel 2012 e realizzato poi in altri Stati della repubblica federale. Il Reembolso permette, a determinate persone detenute, uno sconto di pena pari a 4 giorni in un mese per ogni libro letto fino a un totale di 48 giorni in un anno.

La lettura, da svolgersi in un mese, viene verificata attraverso un colloquio e una recensione scritta sulla base di parametri prestabiliti e per ottenere lo sconto della pena occorre conseguire almeno un punteggio minimo pari a sei. La possibilità di accesso al Reembolso dipende comunque da una valutazione dai giudici che tiene conto del reato commesso.

Nel 2014 la Giunta Regionale della Calabria approvò una proposta di legge ispirata al metodo brasiliano, poi fermatasi in Parlamento, mentre già nell'aprile 2013 la Corte di giustizia dello Stato di San Paolo annunciava la possibilità di concedere ai detenuti la "pena della lettura": espressione che può far storcere il naso ma a me non pare peggiore di altre, utilizzate magari con le migliori intenzioni, come "promozione dell'amore per i libri e della cultura".

Lo scorso ottobre a Rebibbia in un incontro organizzato dal garante Stefano Anastasia, l'idea è stata discussa e la mia provocazione è stata presa sul serio. Dunque: pensiamo che la cultura possa rendere liberi? Io credo che la questione sia più complessa, ma dico: perché non sperimentare il Reembolso (mutatis mutandis) anche nei nostri istituti a cominciare da Sollicciano? La riabilitazione delle persone detenute si fonda su meccanismi di punizione ma anche di premialità; allora rendiamo schietto lo scambio con l'amministrazione penitenziaria e orientiamone la strumentalità in una direzione più costruttiva, fosse anche "solo" quella di ridurre il danno che il carcere arreca.

Nel frattempo si dovrà riprendere a ragionare senza ipocrisie su questa formidabile coppia, rieducazione e cultura, chiederci se la cultura possa e debba rendere migliore l'individuo e se il carcere debba avere come fine quello di trattare le persone detenute, se debba formare buoni detenuti o buoni cittadini. Si dovrà chiarire che cosa intendiamo per buono e se quello delle valutazioni morali non sia un ambito dal quale il diritto, in definitiva, dovrebbe astenersi.

 

*Giada Ceri, autrice, lavora attualmente a Firenze nell'ambito di un progetto di educazione linguistica rivolto a persone in esecuzione penale esterna. Il suo ultimo libro è "La giusta quantità di dolore" (Exorma 2018), un reportage narrativo sul carcere