di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 25 agosto 2026
Le autorità britanniche si preparano da ampliare l’uso di farmaci destinati a ridurre la libido nei detenuti condannati per reati sessuali, una misura che viene proposta su base volontaria, ma che oltremanica sta alimentando non poche polemiche. Inizialmente la ministra della Giustizia Shabana Mahmood voleva introdurre un trattamento obbligatorio ma l’ipotesi aveva incontrato l’opposizione di diversi specialisti, preoccupati per il confine tra terapia medica e coercizione penale.
Don Grubin, professore di psichiatria forense e tra i principali esperti britannici nell’impiego di cure ormonali, aveva dichiarato pubblicamente che non avrebbe partecipato a un programma obbligatorio, sostenendo che il problema non fosse soltanto stabilire se un farmaco potesse ridurre il rischio di recidiva, ma anche capire quale ruolo avrebbe avuto il medico nel momento in cui il paziente non fosse più libero di rifiutare la terapia. Alla fine il governo ha scelto la via del consenso ma lo zelo con cui sta perseguendo questa strada alimenta il sospetto che dietro vi siano ragioni che vanno al di là dell’emergenza sociale. Le cifre dicono che i condannati per reati sessuali nel Regno Unito hanno tassi di recidiva decisamente più bassi rispetto ad altre categorie di detenuti. Per le persone scarcerate tra gennaio e marzo del 2023 il tasso di recidiva sessuale registrato è stato dell’11,7 per cento, mentre quello relativo ai condannati per altri reati violenti come aggressioni o rapine era del 21,7.
La “cura” partirà il prossimo autunno in una ventina di carceri di Inghilterra e Galles e secondo le stime degli specialisti coinvolti nella sperimentazione, potrebbe riguardare circa un detenuto su quattro (quasi 4mila persone). L’obiettivo è intervenire soprattutto nei casi cosiddetti clinici in cui il comportamento sia accompagnato da ossessioni persistenti, eccitazione difficile da controllare e impulsi che la persona stessa riconosce come problematici e che vuole imparare a gestire.
Il trattamento combina generalmente farmaci diversi: gli SSRI, antidepressivi come la sertralina, possono ridurre la frequenza e l’intensità dei pensieri sessuali intrusivi e gli anti-androgeni che agiscono invece sul sistema ormonale riducendo la produzione o l’attività del testosterone e, di conseguenza, il desiderio. La psicologa forense Belinda Winder ha raccontato al quotidiano The Guardian il caso di un uomo che prima della terapia trascorreva gran parte della giornata alle prese con immagini sessuali che non voleva avere e che, dopo l’inizio del trattamento, era finalmente riuscito a guardare un film seguendone la trama senza essere continuamente distratto da quei pensieri.
Ma non tutti i sex offender appartengono a questa categoria: la riduzione della libido può essere efficace quando il comportamento criminale è associato a stati compulsivi e incontrollabili, ma non ha alcun effetto quando il reato nasce da dinamiche di violenza e dominio. In molte forme di abuso la componente sessuale si intreccia infatti con il bisogno di esercitare potere, di umiliare o controllare la vittima, quasi sempre nel contesto affettivo e familiare del carnefice. Quello che interessa a un sistema penale sano è capire se la diminuzione degli impulsi si traduca effettivamente in un calo dei reati e su questo le prove disponibili sono ancora limitate.
L’ultima revisione di Cochrane, un’organizzazione indipendente nota per le sue valutazioni rigorose delle evidenze mediche e sanitarie ha individuato pochissimi studi, condotti spesso su campioni ridotti e per periodi di osservazione brevi, e ha concluso che non ci sono prove sufficienti per stabilire con certezza quanto i trattamenti farmacologici siano in grado di ridurre la recidiva. Anche gli effetti collaterali degli anti-androgeni sono tutt’altro che pacifici; la loro assunzione prolungata richiede un controllo medico, la riduzione del testosterone può provocare una perdita di densità ossea e comportare altri rischi per la salute, mentre stanchezza, alterazioni dell’umore e aumento di peso possono rendere difficile per alcuni pazienti mantenere la terapia nel tempo. Esiste poi un aspetto intrinsecamente ambiguo nel programma: come sottolinea The Guardian quanto può essere davvero volontaria una terapia quando chi la rifiuta sa che, in futuro, la sua scelta potrebbe essere considerata nelle decisioni sulla libertà condizionale o sull’accesso a forme di scarcerazione anticipata?
Barattare la libertà con la propria salute non dovrebbe essere un’alternativa praticabile in uno Stato di diritto. Se il trattamento è una terapia, deve poter essere rifiutato senza che quel rifiuto si trasformi, direttamente o indirettamente, in un’ulteriore penalizzazione.









