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di Vincenzo Maiello*

Il Dubbio, 28 marzo 2023

Il dibattito pubblico sui temi della giustizia, in un paese governato da principi e regole della democrazia costituzionale, dovrebbe rispecchiarne i caratteri identitari. Quelli idonei a promuovere un modello di società aperta, fondata sul pluralismo e la libertà di opinione che espone le forme del potere al controllo dialettico nel teatro della polis.

Purtroppo, non è quel che sta avvenendo dalle nostre parti. Negli ultimissimi tempi, abbiamo dovuto osservare, sconcertati, il preoccupante ripetersi di forme di fanatismo massimalista (di “dogmatismo sacrale”, per dirla con Giovanni Fiandaca, Il Dubbio, 23 marzo) e intolleranza civile verso studiosi e intellettuali, ostracizzati per aver osato mettere in discussione congegni normativi e prassi del law enforcement del contrasto alla criminalità mafiosa. Sono in particolare tre le vicende emblematiche del fenomeno.

La prima riguarda l’infamante accusa di collateralismo (in realtà di vera e propria appartenenza all’ambito della ‘borghesia mafiosa’) che un noto giornalista ha rivolto in una trasmissione televisiva - non senza toni di squadrismo verbale - a Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo per le loro note posizioni critiche sul tema della trattativa Stato- Mafia e sulla sua narrazione processuale.

La seconda rinvia alle aspre critiche espresse da magistrati simbolo dell’esperienza giudiziaria antimafia, quali Nino Di Matteo, Pietro Grasso e Giancarlo Caselli, indirizzate ad una giovane docente di procedura penale che, durante un dibattito all’Università di Palermo, ha riproposto una risalente opposizione di principio al modello del maxiprocesso, considerato per più versi lesivo dell’epistemologia garantistica che deve permeare la giurisdizione penale.

La terza concerne la messa all’indice del libro- inchiesta- denuncia di Alessandro Barbano, nell’imminenza della sua presentazione alla Camera dei Deputati con l’intervento di giuristi e dell’ex Guardasigilli Cartabia.

Tre esperienze differenti, legate, tuttavia, da un vizio antico che corrode il potere e lo rende antagonista al bisogno di verità che si esprime nel circuito della discussione pubblica. È il vizio dell’intolleranza che permette al medioevo di essere ancora tra noi, dando nuova linfa al sospetto come pratica sociale di esclusione e, nel contempo, strumento di legittimazione dell’autorità. E che avvelena la coscienza civile della vita democratica, impedendole di accompagnare col proprio consenso la configurazione costituzionale del rapporto tra istituzione e individuo; così, giustificando la logica dell’eccezione e dando ragione all’osservazione di chi ritiene che la storia non sia sempre affermazione di libertà, ma del suo contrario.

Dare del fiancheggiatore (peggio ancora se solo in termini preterintenzionali) a chi ricorda che il processo penale non svolge funzione ricostruttiva di meri fatti insignificanti per il diritto delle fattispecie criminose; etichettare come un “insulto alla memoria di Falcone e Borsellino” e come ingenerosa “per l’estremo sacrificio della vita costato a tanti valorosi servitori dello Stato” una posizione di critica culturale (per di più circondata da credito e autorevole sostegno scientifico) al congegno del maxiprocesso e, infine, esprimere incredulità per il fatto che, dopo la giornata in memoria delle vittime di mafia, la Camera dei deputati avrebbe ospitato la discussione su un libro “la cui cifra fondamentale è l’attacco alla legislazione antimafia” significa dover prendere atto della curvatura inquisitoria dello spirito del tempo ogni qualvolta esso è chiamato a confrontarsi con questioni di legittimazione e di funzionamento del diritto della criminalità di stampo mafioso. Significa che, presso la nostra cultura pubblica, non si è ancora consumato il divorzio dagli archetipi dell’eresia e del crimen laesae e, dunque, di una concezione autoritaria del diritto - espressione della sola voluntas del potere, anziché, anche, ratio che promana dal piano alto dei diritti costituzionali. Sotto questo aspetto, l’ostracismo, a tratti scomposto e con venature di isterismo, alle posizioni di Barbano assurge a topos di questo paradigma.

Un sistema che fosse convinto della ineluttabilità delle misure di prevenzione - sulle quali assai opportunamente è stata ricordata su queste pagine la posizione preoccupata di Giovanni Falcone - non si affiderebbe ad una difesa preconcetta ma ne affronterebbe la discussione aperta alle critiche sapendo di poter contare su “buone ragioni”.

Questa generale indisponibilità di principio ad affrontare le ricadute individuali, sociali ed economiche di quell’apparato, ma di ogni altro dispositivo della legislazione antimafia, tradisce una preoccupazione antica del potere e, nel contempo, svilisce la libertà di espressione che - è il caso di rammentarlo - non è “mezzo per stabilizzare il potere, semmai per abbatterlo” (C. Fiore, I reati di opinione).

Di questa “democrazia a bassa intensità”, nella quale la cultura costituzionale dei diritti non sembra appartenere alle elites e alle classi dirigenti, forse dovrebbero interrogarsi i giuristi, quelli accademici in particolare. Epperò conforta cogliere - anche grazie alle vicende di cui si è parlato - incoraggianti segnali di un “nuovo inizio”, come quelli emergenti dalla riflessione di Schiavello e Tesauro nell’articolo pubblicato su questo giornale il 24 marzo (Cari Di Matteo e Caselli, criticare i maxi processi non è lesa maestà).

*Ordinario diritto penale all’Università Federico II di Napoli