di Ilaria Venturi
La Repubblica, 19 giugno 2021
Il Rapporto 2021 di Almalaurea: le matricole vorrebbero proseguire con la didattica online. I rischi del proliferare di atenei telematici. L'università ha retto l'onda della pandemia meglio della scuola, si è velocemente organizzata per garantire le lezioni. Ma ora all'orizzonte c'è una nube che agita i rettori: il timore che gli studenti, in particolare le matricole, non tornino nelle aule perché in fondo è comodo stare a casa e anche più economico. "Lo smartphone e il pigiama hanno fatto dei danni e noi ora abbiamo una responsabilità supplementare di fronte al Paese: dire alle famiglie e far capire ai ragazzi che devono tornare perché l'università è vita, respiro, contatto, ritmo" il grido di allarme di Ivano Dionigi, presidente di AlmaLaurea, che ieri ha presentato gli annuali rapporti sulla condizione occupazionale e il profilo dei laureati italiani.
Non che gli studenti non ne siano convinti. Su oltre 110mila laureandi tra dicembre 2020 e maggio scorso, entrati dunque in università prima della pandemia, il 78,4% preferisce andare a lezione. Ma c'è anche un laurendo su cinque che promuove la formula digitale perché così può risentire le lezioni registrate, non si deve muovere, e si abbattono i costi degli studi. Si tratta di un giudizio che viene da chi è già alla fine del percorso, ma chi si è iscritto un anno e mezzo fa e ha conosciuto solo o in prevalenza la modalità a distanza? Questo il punto. Nell'ultimo mese e mezzo, quando si è potuti tornare in presenza, negli atenei lombardi il fenomeno si è visto: aule mezze vuote. Lo afferma il rettore di Bergamo, ma è un campanello d'allarme condiviso da molti, un dibattito che arriverà alla Conferenza dei rettori (Crui). Osserva il suo presidente, Ferruccio Resta: "La presenza è indispensabile, la didattica a distanza ha funzionato bene come giubbotto di salvataggio, ma ora è tempo di vincere pigrizie e comodità. Un discorso che vale per gli studenti, ma anche per i docenti".
Dunque l'invito è tornare ad affittare case, a spostarsi di nuovo perché fare l'università significa crescere in competenze nella relazione. Al politecnico di Milano Resta ha voluto tutti gli esami della sessione estiva in presenza: "La nostra sfida è essere un sistema di vita". La paura sottotraccia è che prendano il volo le università telematiche e il tema non è banale perché comunque nessuno degli accademici demonizza il digitale. "Prenderà sempre più piede, ma non sottovalutiamo i giovani: non scelgono scappatoie, ma esperienze di qualità". Ivano Dionigi, ex rettore di Bologna, leggendo i dati sui laureandi che promuovono le lezioni in presenza s'interroga su chi ha conosciuto l'università al pc: "Non capisco quanti s'incontrano all'apericena e poi non fanno l'esame in presenza". Un problema politico incalza Dionigi: "Inutile predicare che ci vuole la relazione, bisogna creare le condizioni garantendo il diritto allo studio. I ragazzi hanno cicatrici, buchi culturali: tornare in presenza è il modo per sanarli". Meno pessimista si dice il rettore di Trieste Roberto Di Lenarda, ma non nasconde: "Dobbiamo sapere come comportarci nel nuovo anno: indurre aspettative sul frequentare tutto un corso a distanza sarebbe sbagliato, non sarebbe sana competizione. La creazione del pensiero si fa dentro alle aule e nei laboratori. È un messaggio a cui non possiamo derogare".











