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di Alessandro Capriccioli*

Il Dubbio, 30 agosto 2022

In carcere ci si suicida soprattutto a causa del carcere in quanto tale, dell’annichilimento esistenziale che esso porta con sé. È incredibile come le poche e timide reazioni alla strage che sta avvenendo nei nostri istituti penitenziari (dall’inizio dell’anno siamo a 58 suicidi, un record assoluto perlomeno dal 2000 in poi) si limitino al piano del contenimento del fenomeno ma non si spingano quasi mai a interrogarsi sul ruolo del carcere come istituzione totale, in quanto tale intrinsecamente destinato a produrre esiti drammatici. Eppure sono moltissimi, e ormai consolidati, gli elementi che suggerirebbero la necessità di una riflessione più ampia di quella cui ci siamo ormai abituati, e per certi versi rassegnati.

Che il carcere, fatte salve rarissime eccezioni destinate a confermare la regola, sia un fallimento totale da ogni punto di vista è un fatto che come Radicali denunciamo da decenni. Il tasso di recidiva, il sovraffollamento, le condizioni di vita disumane, il ripetersi all’interno delle mura penitenziarie degli stessi meccanismi perversi che vi hanno condotto le persone sono segnali inequivocabili del disastro di un sistema obiettivamente non in grado di assolvere al compito che gli sarebbe proprio: la “rieducazione”, o per meglio dire il reinserimento sociale, di chi ha infranto la legge.

Alla luce di queste evidenze, inizia a diventare stucchevole la retorica che si ostina ad addebitare quel fallimento alla mancata realizzazione delle prigioni “come dovrebbero essere” anziché, come sarebbe più appropriato, fermarsi a riflettere sul concetto di prigione in sé. Le carceri non sono soltanto luoghi nei quali le condizioni di vita possono diventare insostenibili a causa di un sistema giudiziario ormai al collasso, ma anche (e a parere di chi scrive soprattutto) luoghi che producono fisiologicamente disperazione e alienazione, determinando quelle condizioni a prescindere, perlomeno in larga parte, da ogni altra circostanza.

In carcere non ci si suicida per la ristrettezza degli spazi, per l’insalubrità degli ambienti, per l’inadeguatezza delle strutture: prova ne sia il fatto che non c’è riscontro, tra la popolazione libera, di una tendenza simile tra chi vive analoghi disagi e difficoltà.

In carcere ci si suicida soprattutto a causa del carcere in quanto tale, dell’annichilimento esistenziale che esso porta con sé, dell’impossibilità concettuale di essere, in quel luogo, cosa diversa dai reati commessi. In carcere ci si suicida perché il carcere è un’istituzione totale: e dunque per fermare i suicidi (che sono la punta di un iceberg gigantesco) è l’istituzione che dev’essere messa in discussione, avviando il processo che conduca finalmente a una progressiva “decarcerizzazione” della nostra società. Tutto il resto, come dire, è cura palliativa.

*Consigliere regionale del Lazio + Europa Radicali