di Massimo Giannini
La Stampa, 18 luglio 2021
Il 21 luglio 2001 la "macelleria messicana" alla Diaz. Vent'anni dopo, la "orribile mattanza" a Santa Maria Capua Vetere. Oggi come allora, la violenza di Stato resta la ferita più profonda inferta al cuore della democrazia. Per un macabro scherzo della Storia, lo scandalo delle violenze nelle carceri italiane deflagra negli stessi giorni in cui ricordiamo una pagina nera della nostra Repubblica. Il G8 di Genova resta "la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda Guerra Mondiale", come la definì Amnesty International. Fatte le debite proporzioni, scopriamo adesso che dietro le sbarre di un abisso concentrazionario sul quale rifiutiamo colpevolmente di affacciarci c'è stata un'altra "sospensione dei diritti democratici". Certo, meno cruenta. Ma non meno grave.
La "scena del crimine" è sempre uguale: agenti in divisa, protetti da caschi e armati di manganelli, che si accaniscono su corpi inermi e indifesi. Allora erano manifestanti, oggi sono detenuti: la sostanza non cambia. Anche la "strategia difensiva" è sempre uguale: depistaggi e prove artefatte. Allora erano mazze ferrate e bombe molotov, oggi sono bastoni e biglie di olio bollente: di nuovo, la sostanza non cambia. Non cambia a Genova, a Santa Maria Capua Vetere e nelle altre patrie galere, dal Sant'Anna di Modena al Dozza di Bologna. E anche al Lorusso-Cutugno di Torino, dove la Procura ha concluso l'inchiesta sulle decine di violenze denunciate dai prigionieri, e dove è possibile che nei prossimi giorni si arrivi al rinvio a giudizio dei 25 indagati, tra i quali il direttore dell'Istituto e il responsabile delle guardie carcerarie. "Tortura", potrebbe essere l'ipotesi di reato.
I numeri li conosciamo. Le carceri italiane sono le più sovraffollate della Ue: 120 detenuti per ogni 100 posti disponibili. Abbiamo 53.661 reclusi rispetto a una capienza di 47.445. Di questi, 16.362 sono in attesa di sentenza definitiva, 15 mila hanno da scontare un residuo di pena inferiore ai tre anni e 1.212 hanno condanne inferiori ad un anno. Più di 2 mila lavorano per imprese e coop sociali, meno di 15 mila fanno lavoretti di pulizia e cucina in carcere. Solo in 20.263 frequentano un corso scolastico. Il 48% delle celle non ha doccia, il 30% non ha acqua calda, il 9% non ha riscaldamento. I suicidi in cella hanno raggiunto il record: 61 l'anno scorso.
Ma quello che non abbiamo voglia di conoscere è l'inferno che si nasconde dietro i numeri. Quello che non abbiamo voglia di capire è tutto ciò che succede in quelle bolge dantesche, dove "il sole del buon dio non dà i suoi raggi", come cantava il poeta De Andrè. Dove "i diritti democratici" non sono sospesi, ma calpestati. Dove non ha spazio la Costituzione che all'articolo 27 dice "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
I filmati di questi giorni fanno paura: violenza burocratizzata, pestaggi eseguiti come fossero adempimenti. Come ai tempi di Stefano Cucchi. A noi cittadini, in fondo, sta bene così. Un po' è "benaltrismo": siamo presi da problemi più gravi, il vaccino da fare e il mutuo da pagare, il lavoro che manca e la scuola che arranca. Un po' è lo "Zeitgeist": sono colpevoli? Tanto basta, li rinchiudiamo e "buttiamo la chiave". Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase moralmente oscena, anche da cinici capipartito che oggi risciacquano i panni del populismo giudiziario nel fiume del garantismo referendario.
E invece il carcere ci riguarda. Perché proprio dal modo in cui tratta le persone che hanno sbagliato si misura il grado di civiltà di una nazione. Dal processo a Gesù a Norimberga, dalla Magna Charta alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo: la cultura dell'Occidente riposa sulla forza del diritto, non sul diritto della forza. L'Habeas Corpus del 1215 parla ancora per noi: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, privato della sua indipendenza, della sua libertà, dei suoi diritti, messo fuori legge, esiliato, molestato in alcuna maniera, e non metteremo né faremo mettere le mani su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo le leggi del paese". Per me il paradigma di grandezza della nostra civiltà rimane custodita in un'altra tragedia, di cui in questi giorni ricordiamo il decennale: la strage di Utoya. A compierla è Anders Breivik, che il 22 luglio 2011 massacra 69 studenti. Un anno dopo, il 22 giugno 2012, i tg immortalano quel "mostro" nell'aula del tribunale di Oslo: circondato dai poliziotti, vestito da Cavaliere dei Templari, fa il saluto nazista mentre ascolta il suo giudice che lo condanna a 21 anni. L'immagine è ripugnante, ma anche potente: certifica la forza dello Stato, che ne detiene il monopolio in base alla legge e dunque la esercita. Senza abusarne. Mai.
È di questo Stato che abbiamo bisogno. Per questo anche Draghi e Cartabia che visitano le celle del "Francesco Uccella", il "carcere della vergogna", ci restituiscono un'immagine forte. Come forte è il messaggio che lanciano: il governo non intende dimenticare quello che è successo, non può esserci giustizia dove c'è abuso, non può esserci rieducazione dove c'è sopruso, le indagini stabiliranno le responsabilità individuali ma la responsabilità collettiva è di un sistema che va riformato. Sono parole importanti. Ma solo a patto che si trasformino in fatti. Quello che serve lo ha spiegato Vladimiro Zagrebelski sul nostro giornale: ricorso più massiccio alle pene alternative, regime delle "celle aperte" da ricalibrare, percorsi di "risocializzazione" da rafforzare.
C'è bisogno di una maggiore presenza della politica. I 102 milioni stanziati per le carceri dal Pnr sono una goccia nel mare. Occorre uno sforzo molto più massiccio, in termini finanziari e normativi. "Le nostre prigioni" devono diventare una priorità: Marta Cartabia, sensibile al tema già da presidente della Consulta, ha una buona occasione per passare dalla dottrina giuridica all'azione pratica. Ma c'è bisogno anche di una maggiore coscienza nell'opinione pubblica.
Da un sistema carcerario più giusto e più dignitoso l'intera collettività ha tutto da guadagnare. Su questo occorre un grande lavoro culturale, che la Corte costituzionale ha meritoriamente iniziato a fare anche nelle scuole. Bisogna insistere. E spiegare ai cittadini quello che una ricerca di Giovanni Mastrobuoni e Daniele Terlizzese dell'Einaudi Institute for Economics Finance ha già dimostrato. E cioè che un carcere "aperto", che realizzi il mandato costituzionale sulla rieducazione del detenuto rispettandone dignità e diritti fondamentali, riduce di quasi il 10% la "recidiva", cioè il rischio che il reo, scontata la pena, torni a delinquere.
Fa fede il carcere di Bollate: zero sovraffollamento, celle aperte tutto il giorno, piani di lavoro, studio, formazione, sport e graduale reinserimento in società grazie ai benefici per i meritevoli. Se questo modello diventasse "sistema", considerato che annualmente entrano 9 mila detenuti e la metà è già recidivo, in prospettiva la popolazione carceraria diminuirebbe di 900 persone l'anno. Persone sottratte al crimine. Persone recuperate alla vita. Non è una posta in gioco sufficiente, per la nostra democrazia?










