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di Massimiliano Panarari

La Stampa, 1 gennaio 2026

Cosa resterà di quella “Galassia Gutenberg” - come l’aveva chiamata McLuhan - che ha animato la storia della modernità? Di quella “civiltà alfabetica” che ha rappresentato la documentazione scritta dell’intreccio indissolubile, con tutte le sue varie declinazioni ed evoluzioni, di Illuminismo, ceti borghesi, economia di mercato e, appunto, giornalismo? Nonché quel costituzionalismo liberale da cui è scaturita la nozione moderna del regime democratico e rappresentativo, quello che John Locke denominava “governo dell’opinione”. La categoria di opinione pubblica proviene, per direttissima, da questa traiettoria politica e intellettuale; ed è bene rammentarlo nell’odierna età delle piattaforme, dove è stata sostituita, sotto vari profili, dall’emozione pubblica, mentre dilaga l’”opinionismo” e l’editoria vive una grave crisi del suo business model tradizionale insieme a una difficoltà profonda nel rilanciare il proprio ruolo, che rimane nondimeno imprescindibile per la sopravvivenza di una società democratica.

E che va rideclinato, modificandone le forme ma ribadendone la sostanza, dal momento che la funzione (anche) pedagogica che la stampa ha svolto dalle sue origini sino a gran parte del Novecento fatica enormemente a trovare un posto all’interno del sistema mediale ibrido della fase avanzata - e avariata... - della postmodernità in cui ci ritroviamo sprofondati. Dove i social network propongono senza sosta racconti “alternativi”, giustificando “la qualunque” sul terreno delle convinzioni e dei giudizi, e alimentando così la polarizzazione e la radicalizzazione. Le dinamiche comunicative della piattaformizzazione e la competizione sul terreno dell’economia dell’attenzione hanno spostato la verità - intesa quale corrispondenza (o, quanto meno, congruenza) tra il dato di realtà e le narrazioni condivise e come “separazione dei fatti dalle opinioni” - fuori dal centro del discorso pubblico. E hanno finito per rimpiazzarle, da un lato, con la visibilità a tutti i costi e, dall’altro, con l’”affidabilità relazionale” (dietro a cui si annida non di rado la polarizzazione affettiva) quale suprema autorità argomentativa. Col risultato che la post-sfera pubblica risulta intrisa di sfiducia, retoriche antisistema, relativismo assoluto, sovraccarico informativo, tossicità, hate speech, inseguimento ossessivo e parossistico dell’intrattenimento - e, in tal modo, anche le parole perdono sempre più di significato e riconoscimento comune.

E, dunque, in quale direzione può provare a guardare il “giornalismo istituzionale”, stretto (e soffocato) fra influencer e celebrities? Ieri, su queste colonne, Gianni Oliva ha giustamente scritto che la stampa custodisce una preziosa “identità morale”. E, aggiungiamo, un principio ordinativo della marea di informazioni che ci arrivano ogni istante, ovvero la facoltà di dare delle priorità, di approfondire, di porsi come guida, secondo una modalità che dovrebbe apparire sotto la forma dei suggerimenti del consigliere (e dell’amico) autorevole e di esperienza, dal momento che nell’epoca della disintermediazione imperante la competenza viene continuamente rimessa in discussione in tutti gli ambiti. Nello scenario della “post-affidabilità” (come l’ha definita il sociologo Giovanni Boccia Artieri), la credibilità entra in una dimensione di negoziazione permanente. E passa, quindi, per una rinnovata capacità di raccontare il mondo, accogliendo una pluralità di punti di vista che si fondino sui fatti e, al contempo, siano disponibili al dialogo tra i diversi - ed è quello che, giustappunto, avviene giorno dopo giorno sulle pagine delle testate serie. Facendo alfabetizzazione mediale e portando i lettori a sviluppare in “autonomia assistita” le loro conoscenze per navigare nell’universo comunicativo senza naufragare o farsi ingannare dalle finte “isole del tesoro”. Con buona pace di Trump, dei sultani del silicio e delle armate neopopuliste, un giornale - corpo intermedio fin nel midollo - costituisce una trasposizione esatta dei meccanismi di funzionamento della democrazia, attualmente sempre più fragile perché occupata da gruppi in contrapposizione frontale. E, pertanto, l’informazione documentata e scrupolosa è una forma di ecologia democratica della comunicazione, e un farmaco per le nostre società diventate troppo frammentate e conflittuali.