di Antonio Di Rosa
La Stampa, 27 luglio 2026
Si può litigare, anche con buona dose di propaganda su tutto, ma non sui principi fondativi di uno Stato. È solo sulla base di un riconoscimento comune di ciò che disciplina la vita democratica che si può baccagliare sul resto: schieramenti, programmi, vannacciate e campi larghi o stretti. I partiti e chi li rappresenta devono fare un salto di qualità sul rispetto della casa comune e non fare ragionamenti per tenere in piedi la propria bottega. La scelta dei cittadini sarà fatta su questi principi.
Guardate cosa succede in questo benedetto Paese. Un gioielliere finisce in carcere perché ha sparato alle spalle di tre rapinatori in fuga: ne uccide due, ne ferisce un altro. La destra lo difende come se fosse un martire e, sul martirio, costruisce la sua campagna sulla grazia e sulla difesa “sempre legittima”. Ma se si sdogana la giustizia privata, lo Stato che fine fa? La sinistra sostiene invece che deve scontare la pena e, in questo caso, difende lo Stato. Accade poi che la moglie di Mario Roggero da Grinzane Cavour ci mette una toppa: il marito aveva chiesto la grazia sfidando Sergio Mattarella, lei, in un’intervista a La Stampa, chiede un atto di clemenza con grande rispetto. Ma la campagna non si ferma e il perché, in fondo, ce lo racconta il sondaggio di Alessandra Ghisleri: poco più del 45,4% dei nostri concittadini sostiene che Mario Roggero abbia esercitato una legittima difesa, il 44,8% esprime un’opinione di segno opposto. Insomma, sono temi sensibili nella partita del consenso.
Secondo scenario: a Bologna un marocchino di 42 anni, Abderrahim Fakir, viene bloccato da due agenti di polizia chiamati sul posto perché l’uomo era in uno stato mentale molto preoccupante, lo ammanettano mani e piedi, fanno pressione su di lui, Fakir muore. I fronti si capovolgono: la destra difende la polizia cioè lo Stato, la sinistra la attacca. Tutto questo prima che venga acclarato come e perché il marocchino sia morto, questione ancora non chiara. Profluvio di dichiarazioni da tutte le parti, quasi “a prescindere”. Capisco le buone intenzioni del sindaco di Bologna Matteo Lepore a mobilitare la piazza ma è stato troppo frettoloso.
Terzo scenario: i No Tav in Val di Susa. Questa battaglia contro la Torino-Lione, che dura da 25 anni, non ha più senso. Capisco che per loro Chiomonte è un luogo simbolico dove rinnovare l’assalto contro lo Stato e chi lo rappresenta. Ma è davvero tutto sbagliato: la violenza è sempre e comunque inaccettabile. È il contrario della democrazia e lede il sacrosanto diritto di manifestare in pace, che deve essere tutelato in ogni democrazia, anche se malconcia come la nostra. Tutelato, mai ristretto col pretesto dell’ordine pubblico.
Si può discutere se un’opera, importante o meno, possa durare trent’anni, un tempo assurdo e inconciliabile con qualsiasi razionalità. Ma leggere o ascoltare politici, opinionisti, semplici cittadini, che banalizzano l’accaduto, significa aver dimenticato la storia di questo paese. Non siamo di fronte a “un pugno di cretini”, ma a professionisti della guerriglia. E, davanti alla guerriglia, lo Stato - e le forze politiche che lo rappresentano - si dovrebbero unire, non dividere.
Quando esplose il terrorismo delle Brigate Rosse autorevoli intellettuali di sinistra li definirono fascisti. Poi abbiamo scoperto che l’album politico di capi e soldati di questo gruppo armato era di colore opposto. È l’errore di schierarsi, prima di riflettere e comprendere. Qui l’unico dato incontrovertibile è la violenza che, ad ogni occasione, si ripete contro cose e persone. In questo caso la destra infierisce a difesa di chi sta dalla sua parte, la sinistra (con qualche eccezione) balbetta o si limita a una condanna di facciata. Il caso di Antonio Padellaro, ex direttore del Fatto, insultato dai lettori perché ha osato dire che la sinistra non fiata contro i “compagni che menano”, ci fa capire il livello di intolleranza che ci avvolge.
Noi ci siamo espressi con chiarezza su tutti questi temi con il vicedirettore Alessandro De Angelis e con Marcello Sorgi. E lo faremo ancora. Non si tratta di perseguire una linea istituzionale, parola che vuol dire tutto e niente. Noi dobbiamo spiegare a chi ci legge che l’esercizio del diritto di critica rimane sacrosanto ma saremo sempre sul fronte opposto di chi sceglie la strada della violenza. Siamo aperti solo al dialogo con chi vuole. Ma tutti devono mettersi in testa che non possiamo accettare questo andazzo.










