di Francesco D’Errico
Il Dubbio, 10 ottobre 2026
L’insegnamento del film “M-Il mostro di Düsseldorf” che vale ancora oggi. A Düsseldorf il panico scorre, non s’arresta ed anzi si diffonde Straße um Straße. Esaltate dal chiaroscuro espressionista, le ombre scivolano sui muri e con loro si riproduce e si diffonde il sospetto. Un manifesto non lascia dubbi: “Wer ist der Mörder?”, “Chi è l’assassino?”: per chi lo trova c’è una ricompensa di diecimila marchi. Dopo la scomparsa di Elsie Beckmann la caccia è aperta: una volta uscita da scuola, la piccola non è più tornata a casa da sua madre. La voce della donna riecheggia negli spazi vuoti del condominio e poco dopo dalle strade arrivano le grida: “Edizione straordinaria! Edizione straordinaria!”. Sono gli strilloni: è stata uccisa un’altra bambina. Comincia così M - Il mostro di Düsseldorf, pellicola del ‘31, figlia del genio di Fritz Lang, tornata in sala nelle scorse settimane grazie alla distribuzione della Cineteca di Bologna.
Qualunque gesto, soprattutto quello più innocuo e cortese, agli occhi dei cittadini appare inquietante. È così che un distinto signore, a causa dell’isteria di massa, rischia il linciaggio solo per aver risposto a un bambino che gli ha chiesto l’ora. Dopo l’ennesimo episodio di cronaca, la paranoia prolifera e il caos prodotto dall’iperattivismo delle forze dell’ordine spinge anche la malavita alla ricerca del mostro: tanto la vita della comunità quanto il business del crimine sono messi a rischio dalla deriva securitaria che sta nascendo. L’orco, così, entra contemporaneamente nel mirino dei malviventi e delle divise. Si salta dalla sala riunioni dei gangster a quella della Kripo, dove il fumo delle pipe, dei sigari e delle sigarette ammanta le stanze piene di farabutti e di poliziotti. Poi, la svolta: mentre gli investigatori si stanno avvicinando all’obiettivo, il primo a individuare il criminale è un ambulante cieco. Un tale che ha appena acquistato un palloncino per donarlo a una ragazzina, infatti, ha fischiettato un motivo di E. Grieg: il cieco lo aveva già sentito poco prima della morte di Elsie, quando aveva venduto un altro gonfiabile. Non è una coincidenza e il commerciante avvisa la rete dei mendicanti: la belva si confonde nel labirinto urbano, bisogna tenerla d’occhio. Una volta scoperta, senza che se ne accorga, viene marchiata: gli viene apposta una M sul cappotto con del gesso. È uno stigma dal quale non si libererà. Finita in trappola, è sottoposta a un processo sommario, in cui la giuria è formata dai capi della criminalità locale e dai loro scagnozzi. Dal manipolo giungono delle voci: la bestia deve essere neutralizzata, eliminata, mandata a morte, kaputt! La creatura, allora, s’arrende e confessa che non è in grado di contenere la sua furia, che è più forte di lei: non riesce a frenare le proprie pulsioni, delle voci la rincorrono e la portano ad uccidere, ad uccidere e ad uccidere ancora.
Qualcuno, nella platea, comincia ad annuire e pare comprendere: il maniaco è un uomo. La follia non è di altrove ma è di questo mondo, il male forse non ha sempre una spiegazione razionale ma non è del demonio. Uno dei presenti si improvvisa difensore: Hans Beckert non risponde di ciò che fa, non può essere ritenuto responsabile e punito come chi agisce liberamente, non è imputabile.
Prima che la situazione degeneri, spunta una mano che si poggia sulla spalla di H.: è il braccio armato della legge. Arrestato, il delinquente è sottratto alla violenza bruta e portato innanzi al tribunale che lo giudicherà nel rispetto delle garanzie. La madre di Elsie compare vestita di nero, piange e ricorda che nulla restituirà la vita a sua figlia. Il diritto penale liberale, d’altronde, non può l’impossibile e non rappresenta certo uno strumentario perfetto, bensì l’unica alternativa per evitare l’affermazione di “pene informali ed eccessive, ossia le vendette, la ragion fattasi, gli arbitri e i soprusi polizieschi” (Ferrajoli) che si produrrebbero in sua assenza.
Il giusto processo è un’immoralità necessaria, il giudizio dell’uomo sull’uomo entro le regole che l’uomo s’è dato e che nessun uomo può oltrepassare. Non si può e non si deve pretendere dal processo ciò che il processo non può dare: è già assai complesso che riesca in quel che dovrebbe, cioè limitare il margine d’errore, essere magna charta del reo e non marchingegno di scopo. Tra la messa in scena dei rischi e dei pericoli dell’ossessione punitiva, il rifiuto della rappresaglia (altro che “punirne uno per educarne cento”) e l’umanizzazione del reo, a quasi un secolo di distanza, M resta un capolavoro da non perdere.
*Presidente Extrema Ratio









