di Alessio Capone
L’Unità, 27 luglio 2026
Istituti che non rieducano non hanno più ragion di esistere. Ma il governo Meloni racconta un altro Paese e in una rincorsa a perdifiato a Roberto Vannacci e i suoi pretoriani, l’emergenza continua ad essere ostaggio di altre questioni. L’immigrazione, o la remigrazione, è il tema dei temi e sarà il terreno sul quale si consumeranno le prossime elezioni Politiche. Il generale prestato alla politica, che detta l’agenda dei principali riferimenti dell’esecutivo, vorrebbe un’Italia più intransigente, con più reati e tante altre soluzioni per riempire ancora di più le carceri. O costruirne di nuove. E quindi, a ruota, ecco la norma per l’imputabilità dei minori e una serie di leggi che aumentano i reati. Dunque, più reati più detenuti. In un sistema al collasso dove il carcere è inteso come un luogo di vendetta istituzionale.
Ma è bene ricordare che dietro le sbarre non ci sono solo mafiosi, pedofili e assassini, ma tantissimi piccoli delinquenti. E a denunciarlo è anche l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, neo-vannacciano, che in un’intervista al Il Dubbio ha parlato così: “Oggi siamo di fronte a un carcere che non è né duro né morbido, è un carcere folle e il sovraffollamento contribuisce a questa follia, di questo chi risponde? Un provvedimento di deflazione non sarebbe affatto una resa bensì una presa di coscienza della realtà. Ed è per questo che cercherò di andare a parlare col Ministro quanto prima. Secondo me i vertici del Dap e i sottosegretari non rappresentano al ministro la drammaticità della situazione”.
Depenalizzazione, pene alternative, rieducazione vera, sono solo alcune riforme che, oltre a sgonfiare le carceri, toglierebbero terreno e risorse alla criminalità organizzata. È la camorra, la ‘ndrangheta, la mafia a inondare le strade di ogni droga, che corrompe il sistema, che approfitta dei tantissimi immigrati irregolari per farne vittime sacrificali. E nell’indifferenza della classe politica, più preoccupata a costruire l’ormai perenne campagna elettorale, le organizzazioni si rafforzano e forse, oggi, sono più in forma che mai. L’obiettivo, per costruire una società sana, solida e sicura, è avere un buon sistema carcerario che riduca la recidiva al minimo possibile, mentre oggi sfiora il 70%.
“Noi paghiamo il fatto che le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”. La denuncia del Procuratore della Repubblica di Palermo Maurizio De Lucia arriva in un momento di grandi tensioni nazionali, politiche e sociali. E se la civiltà di un Paese si misura dallo stato di salute delle sue carceri, possiamo affermare senza timore di smentita di essere in una fase storica molto critica per il futuro della democrazia e dello Stato liberale per come lo abbiamo conosciuto fino a oggi. Il Procuratore aggiunge un dettaglio ancora più duro: “Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere, il controllo appartiene solo alle organizzazioni criminali che vogliono lasciare le cose per come sono”.
In altre parole, il sistema carcerario - al netto delle dovute eccezioni - è sotto il controllo della criminalità organizzata. La reazione scomposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha, tra le righe, dato del matto a De Lucia, mal cela i dati allarmanti del sovraffollamento contrapposto a un numero scarsissimo di agenti di Polizia Penitenziaria. Un buco sistemico che ha lasciato spazio alle ambizioni delle consorterie criminali. De Lucia ha fotografato il Paese reale, ma quando il saggio indica la Luna lo stolto guarda il dito.










