di Gianfranco Pellegrino*
Il Domani, 17 luglio 2026
Se davvero Valditara e il governo ritengono che tredicenni e quattordicenni siano abbastanza maturi da rispondere penalmente delle proprie azioni, dovrebbero accettare che siano anche abbastanza maturi da giudicare, con il voto, l’operato del governo. Le basi ideologiche di provvedimenti come l’estensione del fermo preventivo ai minorenni, contenuta nell’ultimo decreto Sicurezza, sono evidenti. La formulazione più chiara la offre un ministro di questo governo, Giuseppe Valditara, che ha spesso sostenuto che la responsabilità è sempre individuale, che la sanzione è essenziale e che bisogna ridare peso e fondamento all’autorità. La versione più compiuta di queste idee è nel suo libro La rivoluzione del buon senso.
Per un paese normale (Guerini e associati, 2025). Ma non si pensi che siano soltanto idee della componente leghista-sovranista del governo. Un disegno di legge, prima firmataria Marta Fascina (FI), che propone di abbassare l’età di imputabilità penale a tredici anni, è attualmente all’esame della Commissione Giustizia della Camera. L’Italia lascia indietro i giovani: la sinistra riparta da loro Il caso inglese Che si tratti di una cattiva idea è chiaro a chi ha già sperimentato questa strada. Nel Regno Unito, dove l’età di imputabilità è fissata a dieci anni, un rapporto pubblicato questo giugno dal Bar Council of England and Wales, elaborato da giudici, avvocati, neuroscienziati e specialisti della giustizia minorile, propone invece di elevarla a quattordici anni.
Le ragioni sono solide. Le neuroscienze concordano nel mostrare che il cervello continua a maturare ben oltre i diciotto anni: gli adolescenti sono più impulsivi, più sensibili alla pressione dei pari e meno capaci di valutare le conseguenze delle proprie azioni. Allo stesso tempo, proprio la plasticità del loro cervello rende gli interventi educativi assai più efficaci delle punizioni. Le statistiche inglesi mostrano inoltre che i minori coinvolti nel sistema penale appartengono in larga misura a contesti socialmente e psicologicamente vulnerabili, mentre i figli delle famiglie più abbienti sfuggono più facilmente alla criminalizzazione.
E, nella maggior parte dei casi, il procedimento non conduce neppure a una detenzione immediata. La criminalizzazione, invece, produce uno stigma che favorisce la recidiva: è un fattore criminogeno, tanto per gli adulti quanto per i minori. I nostri giovani stanno male. Proibire i social non li salverà Diritto di voto C’è però una conseguenza logica della retorica della responsabilità che sfugge ai suoi sostenitori. Se la responsabilità è condizione della libertà, allora ai minori dovremmo riconoscere anche più libertà, non soltanto più sanzioni. Per esempio, dovremmo discutere seriamente del loro diritto di voto.
I giovani maggiorenni sono stati una componente importante del voto contrario al referendum sulla giustizia (e il tema della loro rilevanza nelle prossime elezioni è stato discusso da Francesco Ramella su queste pagine). Gli adolescenti sono protagonisti dei movimenti per la giustizia climatica e delle proteste contro l’inadeguatezza della scuola italiana. Questo governo, fin dal suo insediamento, ha guardato soprattutto ai luoghi di aggregazione giovanile come a un problema: prima i rave, poi i centri sociali, oggi il rafforzamento degli strumenti repressivi nei confronti dei minori. La retorica dell’autorità e della responsabilità parla soprattutto a un elettorato anziano e impaurito. La sinistra dovrebbe invece parlare ai giovani, dei loro diritti, del loro futuro e delle loro libertà. Prendiamo sul serio l’idea che i giovani siano responsabili (moralmente, più che giuridicamente). Parliamo con quelli che non finiscono nelle cronache giudiziarie, ma hanno a cuore il proprio futuro e quello del pianeta, e che forse vedono meglio di noi adulti da quale fondo di solitudine nascano certi atti disperati dei loro coetanei.
Potrebbero costituire un nuovo bacino elettorale per la sinistra. Non tutti corrono in città. Quei giovani alla ricerca dell’utopia ecologica Dare voce Le ragioni per fissare il diritto di voto a diciotto anni non sono così solide come spesso si pensa. Molti sedicenni hanno maggiore competenza politica di molti adulti. E, in ogni caso, la competenza non è mai stata il criterio del suffragio: nelle democrazie votano tutti gli adulti, indipendentemente dal titolo di studio o dalle loro capacità. La giustificazione del voto è un’altra: chi subisce gli effetti delle leggi deve poter concorrere a decidere chi le fa.
Nel pieno della terza ondata di calore, forse è arrivato il momento di dare voce a chi vivrà più a lungo in un mondo sempre più simile a questa torrida estate. E se davvero Valditara e il governo ritengono che tredicenni e quattordicenni siano abbastanza maturi da rispondere penalmente delle proprie azioni, dovrebbero accettare che siano anche abbastanza maturi da giudicare, con il voto, l’operato del governo. La discussione sulla riforma elettorale potrebbe trarre solo beneficio dal considerare questioni del genere. I social? Togliamoli agli adulti. Il divieto ai minori è un fallimento annunciato.
*Filosofo










