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di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi

La Repubblica, 30 marzo 2026

Il caso di Domenico Pappacena e la lettera di sua figlia: “Non è un uomo da cui la società deve difendersi ma una persona fragile che oggi avrebbe bisogno, prima di tutto, di essere curata”. Quando il cuore non riceve un sufficiente apporto di sangue e ossigeno si ha, di norma, una condizione medica patologica denominata cardiopatia ischemica. È una malattia assai comune e la causa più frequente è un’ostruzione delle arterie che nutrono il cuore, ossia le coronarie. Quando l’ostruzione è graduale si ha una condizione cronica, quando è improvvisa si ha l’infarto miocardico. Chi è affetto da questa patologia deve essere curato tempestivamente tramite dei farmaci specifici (nei casi meno gravi) o con interventi che vanno da una procedura mininvasiva (stent coronarico) fino a un vero e proprio intervento chirurgico: il cosiddetto “bypass”, riservato ai casi più seri, come spesso accade ai pazienti diabetici. Questo intervento richiede anestesia totale, apertura del torace e in molti casi l’utilizzo di un supporto della circolazione extra-corporea (poiché il cuore è fermo durante l’operazione, c’è una macchina che lavora al posto suo e dei polmoni).

Il periodo di convalescenza varia a seconda del quadro clinico della persona operata, ma di norma oscilla tra le sei settimana e un massimo di tre mesi. Può capitare che lo stress da intervento si manifesti subito dopo l’ospedalizzazione, per tale ragione si consiglia una ripresa lenta e graduale del proprio stile di vita. Si prescrive inoltre una riabilitazione cardiologica, una forma dolce di attività fisica, una dieta cardioprotettiva composta, a esempio, di frutta, verdura, pesce e cereali integrali e l’immediato stop al fumo, anche passivo. In conclusione, dormire almeno otto ore al giorno ed evitare, per quanto possibile, fonti di stress e ansia che incidono direttamente sul cuore. Ma ora veniamo al caso in cui un uomo, affetto da diabete, ipertensione e obesità, abbia subito cinque bypass e un intervento di stent coronarico. A seguito dei quali abbia manifestato sintomi di depressione profonda e pensieri suicidari. Quanto detto sopra rispetto alla convalescenza e al periodo di presa in carico da parte di medici specialisti andrebbe quadruplicato nel tempo e nelle risorse, considerata l’elevata gravità del quadro clinico.

Ma questo non è un caso di studio universitario, né un esempio estremo di come il nostro corpo può rivelarsi improvvisamente fragile. Questo è quanto è accaduto a Domenico Pappacena, uomo di 68 anni, ricoverato d’urgenza negli ultimi sei mesi ben tre volte. Durante il più recente ricovero è stata riscontrata una lesione sospetta ai polmoni, e anche per questo, i medici hanno sconsigliato le dimissioni dall’ospedale. Eppure, a volte non basta l’autorità medica, né la ferma volontà della famiglia: a volte l’urgenza di sorvegliare e punire - anche l’uomo più innocuo, ferito, umiliato e schiacciato (condannato per reati di fallimento e truffa) - prevale. La famiglia denuncia una forte pressione affinché l’uomo tornasse in carcere e, infatti, da alcune settimane Pappacena è tornato nell’Istituto romano di Rebibbia.

“Non è un uomo da cui la società deve difendersi - scrive la figlia Valentina Pappacena - ma una persona fragile che oggi avrebbe bisogno, prima di tutto, di essere curata. Ha una famiglia presente, pronta ad accoglierlo e ad assisterlo in ogni momento, e una concreta possibilità di reinserimento lavorativo. Esistono, quindi, tutte le condizioni per una misura alternativa alla detenzione o, quantomeno, per un differimento della pena ai sensi dell’art. 147 c.p.”.

Prima che Pappacena venisse condotto in carcere e poi nuovamente ricoverato d’urgenza, la figlia sollevò già la sua vicenda, riportata sempre su questo giornale meno di un anno fa: se il Tribunale di Sorveglianza di Roma avesse risposto tempestivamente alla richiesta da parte del legale di un affidamento ai servizi sociali, l’uomo, forse, non sarebbe oggi in una cella in condizioni di salute al limite della sopravvivenza. Eppure, la risposta da parte del Tribunale di Sorveglianza non è mai arrivata, e Pappacena, con i suoi cinque bypass e stent coronarici, è stato considerato idoneo alla detenzione. L’incredulità che può nascere al pensiero di una persona in tali condizioni cliniche chiusa tra quattro mura, con possibilità di movimento ridotte e un accesso minimo alle cure mediche e all’affetto dei familiari, lascia presto spazio a un’amara consapevolezza: il carcere è fatto anche di tanti, piccoli e grandi, Domenico Pappacena. Donne e uomini a cui la vita, già fuori, ha inflitto dolore e violenza, e per i quali la detenzione sembra diventare quasi un epilogo inevitabile, con il compito, questo sì criminale, di vedere fino a che punto un corpo, e un cuore, possono resistere.