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di Anita Fallani

Il Domani, 12 agosto 2025

“Un sistema repressivo e frustrante”. In una lettera scritta da alcune detenute del padiglione femminile vengono denunciate le criticità dell’istituto Lorusso e Cotugno di Torino: dalle perquisizioni invasive alla mancanza di spazi, dal caldo infernale alle difficoltà di lavorare. “Vieni punito perché hai praticato la sopraffazione e ti ritrovi in un sistema che in gran parte si regge sulla sopraffazione”. “Siamo alcune delle detenute del padiglione femminile del carcere di Torino. Torino da sempre è un carcere più che problematico, la nuova “gestione” nel reparto femminile non semplifica le cose, il pacchetto sicurezza ci impedisce anche le forme di protesta più pacifiche, lotte che il [carcere] femminile per richiamare l’attenzione porta avanti da anni, tanto da essere definite ‘le ragazze di Torino’” è l’incipit di una lettera inviata da una detenuta della casa circondariale Lorusso e Cotugno al collettivo torinese “Mamme per la libertà di dissenso”.

La lettera parla delle difficoltà di convivenza obbligata tra le detenute nella sezione: gli spazi sono pochi e tocca usare i letti a castello, il caldo inoltre rende “il clima incandescente” e funziona come un detonatore per lo scoppio delle liti. Oltre alle perquisizioni che vengono definite “invasive ed eccessive, destabilizzano l’equilibrio mentale anche delle detenute sane psicologicamente”, l’autrice della lettera insiste sulla difficoltà per chi vive la detenzione di lavorare e guadagnare qualcosa, una lamentela ricorrente nelle lettere recapitate al collettivo.

La detenzione non è gratis - Scrive: “Riguardo al lavoro ci dovrebbe essere una graduatoria la quale non viene rispettata, varie detenute hanno spese fuori di qua e figli da dover mantenere e il carcere è costoso”. Diversamente da come si è soliti credere, la detenzione non è gratis. L’articolo 188 del codice penale infatti recita: “Il condannato è obbligato a rimborsare all’erario dello Stato le spese per il proprio mantenimento negli istituti penitenziari dove ha scontato la pena”.

Le persone detenute, quindi, devono contribuire economicamente al costo della propria detenzione e a disciplinare questo contributo c’è l’articolo 2 dell’Ordinamento penitenziario la cui approvazione risale al 1975. L’O.p., questo l’acronimo usato per riferirsi al regolamento, prevede che le spese a cui il condannato deve contribuire sono gli alimenti e il corredo e che “il rimborso delle spese di mantenimento ha luogo per una quota non superiore ai due terzi del costo reale”.

La norma del 1975, tra l’altro, dice anche che l’obbligo di rimborso per le spese di mantenimento è un obbligo personale, non trasmissibile o cedibile a terzi. Insomma, come racconta anche la detenuta della casa circondariale di Torino, l’unica che può pagare il carcere è lei che il carcere lo sconta. Per decenni il costo mensile per la permanenza in cella addebitato al detenuto era di 56 euro ma da 10 anni esatti, invece, con l’entrata in vigore di una circolare firmata dall’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando la quota mensile è salita a 112,36 euro. Chi è nelle condizioni fisiche e psichiche per poterlo fare chiede di lavorare in modo da saldare il debito contratto con lo Stato per la permanenza in cella e avere un po’ di soldi per comprare i beni previsti dal sopravitto, cioè quella lista approvata dall’istituto penitenziario contenente i generi alimentari e i beni per la cura personale che i detenuti possono acquistare a proprie spese.

Un lavoro per pochi - “In carcere c’è pochissimo lavoro e quel poco che c’è viene spalmato su tutti quelli che ne fanno richiesta, in modo da far lavorare molto poco quante più persone possibili” ha riferito a Domani Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio dell’associazione Antigone. “Anche per noi dell’associazione è difficile capire davvero quante persone lavorano perché sappiamo che la ratio è far lavorare poco un po’ tutti. Si innesca quindi una rotazione, per cui in un anno alla stessa mansione lavorano più persone. Il problema, però, sta nel fatto che i dati forniti dal Ministero non fanno questa distinzione, riportano un dato aggregato che dice quanti sono quelli che lavorano in un anno. Alcuni, però, lavorano per pochissime ore e lo fanno per un periodo molto breve mentre altri che svolgono mansioni più impegnative, lavorano molte ore e per periodi più lunghi. Il dato aggregato del Ministero, però, questa cosa non la dice. Mette tutto insieme” ha spiegato Alessio Scandurra.

I dati a disposizione sul sito del Ministero si fermano a dicembre del 2024 e riportano che i detenuti lavoranti alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria sono 18.063 mentre quelli che lavorano attraverso altri progetti sono 3.172. A fine 2024 la popolazione detenuta nelle carceri italiane sfiorava le 62mila persone di cui poco più di 21mila hanno avuto la possibilità di lavorare: appena un terzo.

“C’è poi da aggiungere che i detenuti che lavorano alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, che sono la maggioranza, percepiscono una remunerazione pari ai due terzi di quanto stabilito dai contratti collettivi nazionali di lavoro. Cioè fanno lo stesso lavoro delle persone in libertà ma, per legge, percepiscono un terzo in meno. Insomma, è difficile lavorare perché di lavoro ce n’è pochissimo ma quando ci riescono prendono poche centinaia di euro e da quella somma devono togliere i 112,36 delle spese di mantenimento che vengono subito sottratte dal conto” ha spiegato Alessio Scandurra.

“La legge, comunque, dice che chi vive in condizioni di degenza può richiedere che venga estinto il debito maturato con il carcere per la vita passata in cella. Sappiamo per esperienza che molti il debito non lo saldano mai ma non sappiamo dire quanti siano, non siamo riusciti a trovare dati in merito. Certo è che chi può e vuole lavorare si trova nella condizione paradossale di avere una piccola somma di denaro che viene subito trattenuta dal carcere. Finisce che chi lavora per rendersi utile e non pesare sui familiari è l’unico che paga il prezzo della detenzione”, ha detto Scandurra.

In riferimento alla lettera della detenuta ha commentato: “Il carcere è un sistema repressivo che crea enorme frustrazione. Queste persone entrano in carcere perché hanno infranto delle norme ma una volta lì ti ritrovi a vivere un sistema dove la violazione della legge è quotidiana e sistematica. Vieni punito perché hai praticato la sopraffazione e ti ritrovi in un sistema che in gran parte si regge sulla sopraffazione. Pensavi di essere il cattivo, ti scopri vittima. Si crea una grande confusione esistenziale, secondo me, no?”, ha concluso.