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di Ernesto Galli della Loggia

Corriere della Sera, 13 aprile 2022

Molti ex pacifisti oggi si dicono favorevoli ma soltanto perché continuano a pensare che il vero avversario sia l’”egemonismo americano” e quindi la Nato.

Improvvisamente l’idea di un esercito europeo sta ricevendo un plebiscito di consensi. Attempati pacifisti, studenti barricadieri, molti personaggi custodi del retaggio “antimperialista” della sinistra, i quali fino a ieri al solo parlare di necessità per l’Ue di un suo proprio apparato di difesa militare mostravano il più radicale dissenso sostenendo che la vocazione dell’Europa era quella all’”inclusione”, ad essere uno “spazio del diritto” e ad altre simili nobili cause, oggi invece ammettono che sì, un esercito europeo è necessario. Ma non è tanto l’aggressione russa all’Ucraina ad aver fatto cambiare loro idea quanto ciò che essa ha prodotto: cioè l’evidente rilancio del ruolo della Nato e dunque il rafforzamento del ruolo degli Stati Uniti sulla scena europea e mondiale. E infatti è con tutta evidenza in contrapposizione a tale ruolo che gran parte del fronte neo-ex-pacifista, il quale si riunisce intorno alla parola d’ordine “No alla guerra”, si dice oggi a favore di un esercito europeo.

La verità è che per il pacifismo nostrano il vero avversario continua ad essere l’America. Sicché pur di opporsi all’”egemonismo americano” e a quello che viene considerato il suo strumento militare rappresentato dalla Nato - rivelatosi più che mai centrale nel sostegno alla causa ucraina - va bene anche la scoperta del patriottismo europeo e l’ipotesi di un esercito targato Ue. Insomma dal secco “No alla Nato” di un tempo si è passati all’odierno “Facciamo a meno della Nato armandoci per conto nostro” (salvo poi, però, alquanto contraddittoriamente, opporsi a spada tratta a ogni aumento della spesa militare).

Personalmente sono convinto non da oggi - cioè da quando non si era in molti a dirlo - che se vuole contare qualcosa nel mondo, se vuole avere una politica estera, l’Unione europea deve dotarsi di uno strumento militare, deve armarsi adeguatamente. Ma il sano realismo che sta dietro questo proposito deve fare i conti non solo con il fatto che verosimilmente un obiettivo del genere non può essere realizzato prima di una ventina d’anni (ad essere ottimisti), ma anche con la circostanza che prima è indispensabile sciogliere due o tre giganteschi nodi politici. Sicché parlare oggi di “esercito europeo” come un’alternativa alla Nato è solo un esercizio retorico o un espediente politico di bassa lega. Probabilmente le due cose insieme.

Innanzi tutto, come dovrebbe essere evidente, un esercito europeo realmente operativo non nasce dalla somma di dieci/quindici organismi militari finora assai diversi tra loro da moltissimi punti di vista a cominciare da quello degli armamenti (per cui accade che ogni esercito sappia usare solo le armi proprie). Un esercito europeo vuol dire invece creare un organismo integrato a ogni livello, dotato di un’effettiva, fisiologica, capacità di comunicazione tra i diversi contingenti nazionali e addestrato a operare unitariamente. Ma queste non sono cose che s’organizzano in sei mesi e neppure in un anno. A rendere tutto più complicato si aggiunge il fatto che un simile processo aggregativo soffrirebbe della mancanza in partenza di un nucleo forte egemone con funzione e capacità aggreganti quale è oggi nella Nato l’esercito degli Stati Uniti.

Non basta. Come dimostra nella maniera più evidente l’attuale guerra in Ucraina, oggi, per essere operativo un esercito deve disporre di quattro requisiti essenziali: di un sistema globale di osservazione satellitare, di complessi apparati elettronici di spionaggio e intercettazione, di un sistema efficiente di comunicazioni tra tutte le sue unità sul campo e tra queste e il centro, e infine di un’intelligence capace a tutti i livelli. Ora, specialmente per quel che riguarda il primo di questi requisiti (ma anche per gli altri credo che il discorso non sia troppo diverso) mi sembra molto difficile - se non in tempi medio-lunghi - che un esercito europeo possa offrire garanzie adeguate. Organizzare un sistema di osservazione satellitare efficace, indipendente da quello di cui dispongono gli Stati Uniti, è un’impresa che richiederebbe certamente investimenti e tempi non proprio irrilevanti: anche in questo caso anni. Da qui a quella data che cosa farebbe l’Europa? Manderebbe a combattere un esercito virtualmente cieco?

C’è peraltro una questione ancora più importante di tutte quelle enumerate finora, e cioè: chi è che decide circa l’impiego di un esercito europeo, vale a dire di fatto circa una dichiarazione di guerra e la discesa in campo dell’Ue? La Commissione di Bruxelles non ne ha certo i poteri; allora il Consiglio dei capi di governo? E come? Stando ai trattati attuali, che peraltro non prevedono certo una simile eventualità, dovrebbe trattarsi di una decisione necessariamente all’unanimità: ma è mai immaginabile che su una decisione così drammatica sia possibile mettere d’accordo il Portogallo, Cipro e la Lituania? Insomma: chi decide? Come? E ancora: che cosa ne sarebbe ai fini di un’eventuale dichiarazione di guerra o comunque di un intervento militare, dei vari articoli della Costituzione della Repubblica italiana e di tutte le altre Costituzioni delle democrazie membri della Unione europea le quali più o meno riservano tutte ai parlamenti o ai governi nazionali il diritto di dichiarare la guerra e di disporre delle forze armate?

È fin troppo ovvio, insomma, che senza una profonda e Dio sa quanto ardua riforma dell’Unione europea, senza una riforma che trasformi l’Unione attuale in un autonomo soggetto politico di tipo statale con propri organi di governo legittimati a decidere anche della pace e della guerra, senza di ciò parlare oggi di esercito europeo in alternativa alla Nato è un esercizio puramente velleitario. È un parlare d’altro per evitare di compromettersi con un giudizio sulle cose che sole oggi veramente contano: l’indipendenza dell’Ucraina, la sconfitta dell’aggressione russa.