di Marcello Sorgi
La Stampa, 19 marzo 2025
Chi ieri diceva - e se n’è potuto ascoltare più d’uno nei corridoi del Senato in cui s’è svolta la prima fase di un dibattito stracco sull’Ucraina e sul ruolo di un’Italia ormai dubbiosa su tutto - che in fondo la soluzione trovata per tenere insieme la coalizione di governo e non vedere frantumarsi quella d’opposizione è il solito compromesso democristiano, all’italiana, aperto a qualsiasi esito, in cui non si parla più di armi e quasi non si fanno valutazioni su Trump, Von der Leyen e Zelenski, per una volta faceva un’affermazione sbagliata, o quantomeno approssimativa. Sulla politica estera e sulle questioni strategiche di difesa infatti, la Dc, si passi il gioco di parole, non fu mai o quasi mai democristiana. Eppure era il partito dei cattolici italiani, in buona parte pacifisti, e doveva fare i conti con Papi italiani cresciuti nelle stesse università del gruppo dirigente del partito, e negli ultimi anni con il leone Wojtyla che ne accompagnò il tramonto e arrivò a proporsi come scudo umano a Baghdad.
Non sarebbe nemmeno necessario ricordare - è storia arcinota - che fu De Gasperi nel 1949 a portare in Parlamento il Patto Atlantico, approvato in una delle più violente sedute di scontri con l’opposizione che si rammenti. E la politica estera dei nostri governi, senza cercare, come adesso, ruoli di primo piano che non ci erano e non ci sono assegnati, fu sempre coerente con l’impostazione iniziale, filo-atlantica e filo-europea. Sarà anche vero che questo avveniva nel più lungo periodo di pace che l’Europa abbia mai conosciuto. Ma lo è altrettanto che quando la situazione cominciò a deteriorarsi, gli ultimi esecutivi della Prima Repubblica e i primi della Seconda non cercarono di defilarsi, traendo il più conveniente risultato d’immagine possibile e la miglior photo-opportunity alla Casa Bianca, come sta in sostanza facendo quello attuale. Al contrario, seppero stare o restare al loro posto, fin dalla guerra nei Balcani e dalla prima missione nel Golfo (1991).
Compreso Berlusconi, il quale, in tempi più recenti, pur cercando di mostrarsi sempre come uomo di pace ed essendo riuscito nel 2002 a portare insieme a Pratica di Mare Bush jr. e Putin, mandò i soldati italiani in Afghanistan con la Nato (di cui l’Italia ebbe per un periodo il comando militare sul campo) e senza la copertura Onu; e in Iraq evitando di farsi schermo delle riserve che accompagnarono quella missione, in cui peraltro l’Italia dovette scontare perdite tragiche a Nassiriya.
Perfino D’Alema, primo (e unico) premier post-comunista, aprì nel 1999 le basi Nato italiane all’intervento in Kosovo, coadiuvato nei bombardamenti a Belgrado dai piloti della nostra Aeronautica. Questo per dire, già che ci siamo, che ci sarebbe un’altra leggenda da sfatare: quella di un’Italia nascosta sempre nelle retrovie, al calduccio, e non impegnata nelle operazioni più rischiose: semplicemente, non è vero, basta andarsi a rivedere il ruolo dei nostri contingenti, spesso il primo dopo Usa, Regno Unito e Francia, basta parlare con gli ufficiali che andarono a rischiare la vita, insieme a ragazzi partiti volontari.
La destra meloniana che per bocca della premier si è prodotta nel più classico degli esercizi di equilibrismo, per trattenere nella sua maggioranza la destra estrema ed euroscettica di Salvini, dovrebbe riflettere sul fatto che questo servirà pure a tener buoni gli elettori che nei sondaggi si manifestano contrari al piano della Von der Leyen “Rearm Europe”.
Ma rappresenta una svolta rispetto alla tradizione di una destra italiana, appunto, sempre vicina alle Forze Armate e ai loro vertici. I quali, consapevoli che Trump ha dato il via a un disimpegno militare dall’Europa senza ripensamenti, legittimamente si chiedono in che modo, al di là delle parole ascoltate ieri al Senato, il governo intenda affrontare il nodo della difesa che in pochi giorni si è presentato in forma nuova e inaspettata.
E dato che la politica estera è - o dovrebbe essere - terreno di unità su cui misurarsi anche con l’opposizione, ciò vale anche per il Pd, il nuovo Pd pacifista di Schlein in cui ancora si fronteggiano i due partiti interni che si sono scontrati a Strasburgo. È il momento dei richiami storici. E il più forte, naturalmente, è a Berlinguer, il leader più amato. Si parla, è ovvio, del Berlinguer della seconda fase, post-compromesso storico e rottura con la Dc. Il Berlinguer che dopo aver stupito tutti nel’76 con la storica intervista sul Corriere a favore della Nato, dopo le rotture con i “cugini” di Mosca, invece di aprire definitivamente all’Europa, ripiegò sulla battaglia contro i missili Nato di Comiso, senza capire che avrebbero segnato la svolta decisiva per la caduta del regime sovietico.
Fu questo, dopo il primo sulla “strategia della fermezza” verso le Brigate rosse che avevano sequestrato Moro, il secondo terreno di scontro con Craxi, che appoggiò il governo Cossiga, e poi quello Spadolini che materialmente installò nel 1981 i Cruise nella base Nato siciliana. Ma non fu certo l’ultima occasione di una fase in cui i rapporti tra comunisti e socialisti divennero pessimi, e culminò nella durissima opposizione al taglio della scala mobile, il sistema di adeguamento dei salari, voluto da Craxi presidente del consiglio per ridurre l’inflazione, nei fischi contro la delegazione del Pci al congresso socialista di Verona e nella fine tragica sul palco del comizio di Padova del segretario comunista.
Tra politica estera e interna di quarant’anni fa e oggi, ci sono indubbiamente analogie. Anche allora si trattava di collocarsi in Europa in un momento di veloce cambio del quadro internazionale Usa-Urss. Di compiere scelte difficili, benché necessarie in campo economico, che in parte sarebbero state pagate anche dai lavoratori. E di arrivare a contestarle con un referendum, come quello del 1985 sulla scala mobile, e com’è oggi quello sul Jobs Act di Renzi. L’unica cosa che si evita di ricordare è che Berlinguer, in quei casi, sbagliò. E il Pci ne fece le spese.











