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di Goffredo Buccini

Corriere della Sera, 21 maggio 2026

Dignità dei prigionieri e propaganda: la flotilla e il caso Ben-Gvir. Israele e la linea rossa della democrazia. Il prigioniero è sacro. O, almeno, dovrebbe esserlo. Così come la sua dignità. Interi scaffali di convenzioni e dichiarazioni universali stanno lì a tracciare una linea rossa tra “noi” e “loro”. Dove “noi” siamo le democrazie liberali, gli stati di diritto, quell’insieme di entità e comunità che nei secoli hanno metabolizzato e tradotto in norme il razionalismo illuminista, la reazione etica ai totalitarismi, Beccaria, Kant e Montesquieu, Hannah Arendt, Emmanuel Lévinas e tanto altro ancora. E “loro” sono le segrete dei regimi, l’oscurantismo medievale di ritorno, i campi di rieducazione delle tirannidi, i boia di Teheran e i tunnel di Hamas.

Naturalmente, bando alle ipocrisie, quella linea rossa viene varcata non di rado e colpevolmente da chi si ammanta dei nostri principi di civiltà: posti come Guantanamo, Abu Ghraib o, più di recente, il carcere di Sde Teiman nel deserto del Negev stanno lì a ricordarcelo. E tuttavia è raro trovare nella storia più prossima di ciò che chiamiamo (ancora, ostinatamente) Occidente qualcuno che faccia una così aperta ostensione della ferocia. Di più: qualcuno che della ferocia faccia un’arma di propaganda elettorale.

Il video di Itamar Ben-Gvir tra i prigionieri della Flotilla ammanettati e in ginocchio nel porto di Ashdod, umiliati e terrorizzati da agenti col volto coperto, è esattamente questo genere di spot sulla pelle di chi non può difendersi. Il ministro della Sicurezza del governo Netanyahu sventola tra i militanti filopalestinesi, catturati in alto mare con un’azione di pura pirateria, la bandiera con la Stella di David in favore di telecamera; li deride, chiede al premier di lasciarglieli a lungo per poterli tormentare a dovere, mentre un altoparlante manda a tutto volume l’inno nazionale, Hatikvah, La Speranza, che nel contesto suona quasi blasfemo.

Perché qui non si tratta più di decidere cosa pensiamo della Flotilla. Se nella sua azione ci sia o meno qualcosa di umanitario o, piuttosto, una legittima provocazione politica contro la disastrosa situazione di Gaza che pare non interessare più a nessuno. Non conta più neanche se tra le ong turche che hanno organizzato questa nuova impresa ci siano o meno soggetti finanziati da Hamas o da suoi simpatizzanti. E, per paradosso, non importerebbe neppure se i 430 fermati fossero tutti di Hamas. Ciò che conta è la violazione esibita di quella linea rossa. È lo sfregio di ciò che, chiunque sia il detenuto, ci rende diversi. E che rende (dovrebbe rendere) diverso Israele proprio da Hamas o da Hezbollah, dagli ayatollah o dai mozzaorecchi del 7 ottobre.

Ben-Gvir fa spallucce davanti alla sacrosanta indignazione del governo italiano e di quello francese, che chiedono scuse formali e convocano gli ambasciatori a Roma e Parigi. E sbeffeggia persino le reazioni dei suoi colleghi di gabinetto. Significative le parole di Gideon Sa’ar, il ministro degli Esteri: “Tu non sei il volto di Israele, con questa vergognosa performance rechi danno al Paese”. Più prudente ma comunque critico anche Netanyahu, secondo cui l’azione del suo ministro “non è in linea con i valori e le norme di Israele”. “Abbiamo smesso di essere un bambino che prende schiaffi”, replica lui, tronfio.

Sarebbe però un errore liquidare il capo dell’estremismo religioso sionista come un fenomeno di colore, per quanto cupo. Ben-Gvir innanzitutto esprime una contraddizione lacerante: da ragazzo si è visto, caso rarissimo, rifiutare l’accesso all’esercito. “Quando hanno iniziato a stampare i suoi precedenti penali, i fogli non sono bastati”, scrive Elena Testi nel suo “Genesi”, un bel saggio sulle origini dell’estrema destra israeliana. La sola idea che a un simile personaggio venga affidata la sicurezza nazionale e il comando delle forze di polizia è grottesca e drammatica insieme. Ma ha una ragione politica precisa. Già militante del Kach e seguace del rabbino razzista Meir Kahane, l’impresentabile Ben-Gvir è stato portato all’onore del mondo dal desiderio di Netanyahu di restare incollato alla poltrona, anche venendo a patti col radicalismo d’una destra che vuole semplicemente l’eliminazione dei palestinesi dalla Palestina. Il nostro Davide Frattini spiega che “Bibi” sarà disposto a perdonarlo e a tenerselo ancora accanto se ciò gli servirà per rimanere un altro po’ al potere. Molto si gioca infatti fra qualche mese, alle elezioni d’autunno. Sette israeliani su dieci, secondo i sondaggi, hanno appoggiato la pena capitale su base etnica, cui Ben-Gvir ha brindato alla Knesset. Ed è qui che il “ministro della Morte” (definizione di Haaretz) pone il Paese davanti a un bivio, diremmo, esistenziale. Lo fa da tempo ormai. Perché tutte le sue azioni sono rivolte all’interno, al suo elettorato. 

Nell’indifferenza per lo sfregio internazionale della reputazione di Israele: sperando, anzi, di accrescerne l’isolamento. L’umiliazione dei detenuti in favore di telecamera è un classico del personaggio, solo che finora le vittime sono state palestinesi e il resto del mondo s’è girato dall’altra parte. Tra qualche mese ciò che resta di una grande democrazia, piagata e spaventata dal pogrom del 7 ottobre, dovrà decidere se riscattare la propria anima. O abbandonarsi, forse per sempre, alla paura: e ai suoi collaudati impresari.