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di Joseph E. Stiglitz

Avvenire, 22 settembre 2026

La disuguaglianza è la conseguenza diretta di scelte politiche in materia di tassazione, mercato del lavoro, investimenti pubblici e regole che governano le nostre economie. Serve una risposta politica globale. Ci siamo abituati a pensare alla disuguaglianza estrema come a una caratteristica spiacevole ma inevitabile delle economie moderne, nonché come a un necessario compromesso per ottenere buone performance economiche. Non è né l’una né l’altra cosa. La disuguaglianza è la conseguenza diretta di scelte politiche in materia di tassazione, mercato del lavoro, investimenti pubblici e regole che governano le nostre economie. Negli ultimi decenni molte di queste scelte hanno ridotto il potere del lavoro rispetto al capitale, consentito alle imprese e ai super-ricchi di sfruttare scappatoie fiscali e indebolito gli investimenti pubblici.

In qualità di presidente del Comitato straordinario di esperti indipendenti sulla disuguaglianza globale del G20, istituito dalla Presidenza sudafricana del G20, ho trascorso l’ultimo anno insieme a economisti ed esperti di primo piano ad analizzare lo stato della disuguaglianza nel mondo. I nostri risultati mostrano una crisi ampia nelle sue dimensioni e preoccupante nella sua traiettoria. Per questo motivo il Comitato propone formalmente la creazione di un International panel on inequality (Ipi), un organismo globale ispirato in parte all’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc). L’Ipi produrrebbe valutazioni periodiche, scientificamente rigorose, sui livelli e la dinamica della disuguaglianza, sulle sue cause e conseguenze, nonché sui successi e fallimenti delle politiche adottate per contrastarla nel mondo.

Alcuni dati aiutano a comprendere la situazione. Di tutta la ricchezza creata dal 2000, il 41% è andato all’1% più ricco della popolazione mondiale. Alla metà più povera dell’umanità è andato appena l’1%. Così, mentre alcune fortune individuali si misurano in centinaia di miliardi, dall’altra parte 2,3 miliardi di persone, una persona su quattro, saltano regolarmente i pasti. In alcuni Paesi esistono forti evidenze dell’erosione della classe media, con un numero crescente di persone che, pur lavorando duramente ogni giorno, non riescono a permettersi medicine o il riscaldamento della propria casa. I cittadini sono giustamente frustrati da un sistema economico che genera tanta ricchezza ma lascia così tante persone in difficoltà. La disuguaglianza non danneggia soltanto la performance economica; rappresenta anche una minaccia diretta e profonda per la democrazia. Un miliardario può acquistare uno yacht o un jet privato, ma il bene più influente che può comprare è il potere di condizionare in modo sproporzionato le decisioni pubbliche e orientare le agende politiche. In tutto il mondo, grandi imprese ed élite economiche esercitano un’influenza eccessiva, plasmando leggi, regolamenti e politiche monetarie e fiscali a proprio vantaggio.

Altrettanto importante è il modo in cui la concentrazione della ricchezza si traduce nel controllo dei canali attraverso cui comprendiamo il mondo. Sei ultraricchi controllano nove delle dieci maggiori piattaforme social del pianeta, mentre metà del panorama mediatico globale è di proprietà di miliardari. La piazza pubblica del XXI secolo non appartiene più ai cittadini, ma a un ristretto gruppo di uomini. Questo indebolisce le nostre società e corrode la nostra politica. Eppure la disuguaglianza estrema non è inevitabile. È il risultato di scelte politiche deliberate. E poiché queste disuguaglianze sono create dalle politiche pubbliche, possono essere smantellate attraverso nuove politiche. Il primo passo consiste nel monitorare la crisi della disuguaglianza con rigore scientifico ed è esattamente ciò che farebbe l’Ipi.

Un passo fondamentale perché, nonostante il lavoro straordinario svolto da ricercatori e ricercatrici in tutto il mondo, manca ancora un consenso condiviso su come la disuguaglianza, sia all’interno dei Paesi sia tra Paesi, stia evolvendo, quali siano i fattori che la determinano e quali conseguenze produca. Manca inoltre una visione comune su come la disuguaglianza si manifesti attraverso le dimensioni della razza, della classe sociale e del genere e su quali politiche siano più efficaci per ridurla.

Questo è importante perché politiche diverse possono produrre effetti distributivi molto differenti. Una riforma fiscale può ridurre la disuguaglianza in un ambito e aumentarla in un altro. Un accordo commerciale può generare benefici aggregati ma ridurre il reddito reale dei lavoratori. I progressi tecnologici possono aumentare la produttività ma compromettere la sostenibilità ambientale. I governi devono conoscere queste conseguenze prima di prendere decisioni, non decenni dopo. È in questo contesto che Paesi come l’Italia possono e devono assumere un ruolo di primo piano.

L’Italia resta uno dei Paesi più diseguali d’Europa. La concentrazione della ricchezza al vertice della distribuzione continua ad aumentare, mentre la quota detenuta dalla metà più povera della popolazione è in calo da anni. Il 5% più ricco dei nuclei familiari italiani, titolare di metà della ricchezza nazionale, possiede da solo quasi il 17% di ricchezza in più rispetto a quella detenuta complessivamente dal 90% più povero delle famiglie. Nell’ultimo anno il nostro Comitato ha lavorato a stretto contatto con i governi di Brasile, Sudafrica, Spagna e Norvegia per definire una roadmap concreta per l’Ipi, un’iniziativa che sta ottenendo un forte sostegno da parte di governi, organizzazioni internazionali e del Segretario Generale delle Nazioni Unite.

I quattro governi fondatori riuniranno i leader mondiali in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di questo mese per discutere l’istituzione dell’Ipi. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha oggi l’opportunità di supportare tale proposta, dando un significativo impulso alla lotta alla disuguaglianza estrema. Confidiamo nel suo sostegno e in quello dell’Italia.

La proposta di istituzione dell’IPI è stata avanzata lo scorso anno nell’ambito del lavoro condotto dall’Extraordinary Committee of Independent Experts on Global Inequality, istituito su mandato della Presidenza sudafricana del G20 e presieduto dal Premio Nobel per l’Economia Joseph E. Stiglitz. Oltre 1.400 economisti a livello globale, di cui quasi 140 italiani hanno sottoscritto un appello ai leader mondiali a sostegno dell’iniziativa. A questo link la lettera inviata da Oxfam Italia e dal Forum Disuguaglianze e Diversità alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.