di Elena Loewenthal
La Stampa, 5 febbraio 2021
Prima hanno proibito loro l'elemosina. Poi stavano per portare via i loro cani: se ne stavano accucciati con santa pazienza, tutto il giorno, con quegli occhi sgranati e spersi. Infine, ieri hanno fatto sloggiare pure loro: i barboni disseminati per il centro di Torino, allungati contro le serrande chiuse, fra una vetrina e l'altra. Là dove di giorno ma soprattutto di notte fa un po' meno freddo perché i portici o un davanzale offrono un modesto riparo. I vigili hanno cacciato i clochard dalle loro postazioni, ordinando di portare via le masserizie e buttarle nei cassonetti della spazzatura adibiti all'uopo. Anche le coperte, hanno dovuto abbandonare. Le coperte: vaghe reminiscenze di calore e casa, qualcosa che deve suonare assai prezioso, dentro vite come quelle.
È vero che si sceglie di vivere per strada non sempre per povertà estrema, perché si è reietti in tutto e per tutto, perché non si ha né si è niente. È vero che talora è una scelta consapevole, per quanto bislacca. È vero che queste vite saltano prepotentemente all'occhio mentre ci sono altre forme di emarginazione e difficoltà magari più pesanti ma meno vistose, e che proprio nel centro, fra vetrine di lusso e struscio gonfio di sacchetti dello shopping (seppure in questo periodo così magro e difficile per tutti), i barboni sotto i portici marmorei e lucidi esprimono con la loro presenza un contrasto quasi intollerabile. In altre parole, è vero che ogni barbone è una storia a sé e forse dovremmo imparare ad ascoltarle, una per una, per scoprire che sono tutte diverse e non se ne può proprio fare un unico fascio.
Ma la scena di ieri li riguarda tutti, ciascuno con la propria storia, ed è una scena che disturba, che lascia negli occhi e giù, in fondo alla pancia, un senso prepotente di amarezza. Possibile che non ci fosse un'altra soluzione, per ripristinare il "decoro" del centro? Possibile che si dovesse farli alzare, piegare i cartoni, raccogliere le stoviglie usa e getta usate chissà quante volte, i sacchetti di plastica pieni di chissà cosa, e buttare tutta quella materia di vita, insieme alle coperte? Se la presenza dei senza tetto in centro costituisce (costituiva?) sicuramente un problema da affrontare, c'era proprio bisogno di farlo così, spazzando via tutto come se non ci fosse mai stato niente?
Difficile pensare che questa "pulizia" sia la soluzione. Non lo è perché non è una soluzione bensì una rimozione, in senso tanto materiale quanto etico (anzi, niente affatto etico). E rimuovere un problema è proprio il contrario del risolverlo. Senza contare la plateale disumanità del gesto in sé: nessuna vita merita un trattamento del genere, neanche se è la vita che si è scelto di condurre. E tanto più se fuori fa freddo e tocca pure abbandonare così nella spazzatura anche la coperta. C'è davvero tanto di inquietante e disturbante in questa "operazione muscolare" fatta per ripulire il centro dai barboni e dalle loro cose. Dovrà pur esistere un modo migliore per farlo, nel rispetto di principi cui non si dovrebbe mai rinunciare, men che meno far fare la fine di una coperta buttata in un cassonetto.











