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di Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà

Corriere della Sera, 20 agosto 2022

Le forze politiche devono farsi carico del rapporto con la società civile e della responsabilità anche nella formazione e selezione della loro classe dirigente.

Pubblichiamo un intervento dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà, nato per unire oltre 200 tra deputati e senatori di tutti gli schieramenti politici. È firmato dal Presidente Maurizio Lupi e dai parlamentari Fabio Rampelli, Ettore Rosato, Valentina Aprea, Maria Teresa Bellucci, Caterina Biti, Maria Elena Boschi, Annagrazia Calabria, Alessandro Cattaneo, Alessandro Colucci, Graziano Delrio, Paola Frassinetti, Maria Chiara Gadda, Paolo Lattanzio, Stefano Lepri, Luigi Marattin, Fabio Melilli, Marco Osnato, Antonio Palmieri, Massimiliano Romeo, Gabriele Toccafondi

Dopo 17 mesi si è conclusa l’esperienza del governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi, e questo ha sancito la conseguente fine della legislatura. C’è dibattito sulla natura dell’esecutivo Draghi, è difficile definirlo semplicemente un governo “tecnico”, per via del ruolo “politico” che vi hanno ricoperto la maggior parte dei partiti. L’esperienza del governo Draghi e le discussioni intorno alla sua natura pongono quindi una domanda a chi, come noi, fa politica: la diversità divide o arricchisce?

Quando la diversità è semplicemente eterogeneità senza forza e consistenza non è un valore, lo dimostra il fatto che la maggior parte dei governi della Seconda Repubblica sono caduti non perché ha prevalso l’opposizione, ma perché si sono sfaldate le coalizioni che li sostenevano.

Una delle cause di questa fragilità sistemica è la rarefazione dei rapporti tra partiti e realtà sociali collettive, che erano la linfa vitale dei partiti stessi. L’allontanamento dei corpi intermedi dagli ideali che li avevano generati ha, inoltre, indebolito la capacità di rappresentare le istanze dei cittadini. La bassissima partecipazione popolare alle ultime amministrative è un sintomo di questa fragilità. I partiti, pena un ulteriore decadimento, devono recuperare una forza ideale e una presenza sul territorio capace di promuovere lo sviluppo dell’Italia e attuare le sempre più necessarie riforme strutturali. D’altro canto, anche le articolazioni sociali sono chiamate a riavvicinarsi ai partiti per arricchire la rappresentanza degli interessi e conferirle autorevolezza nei contenuti e stabilità nel tempo.

Ma non basta. Perché la diversità in politica torni a essere un valore occorre recuperare il sempre più oscurato, negli ultimi anni, potere legislativo, che si concretizza nel ruolo del Parlamento.

Qui è possibile la collaborazione e il confronto tra forze idealmente e culturalmente diverse, ingrediente fondamentale della democrazia costituzionale. Lo ricordava il presidente della Consulta Giuliano Amato proprio a un seminario dell’Intergruppo per la sussidiarietà, parlando di quello spirito che “determinava condizioni in cui era possibile trovare intese anche tra partiti che allora si opponevano in termini di sistema. E dove avveniva questo incontro? In Parlamento”.

È in Parlamento che forze diverse e persino opposte hanno dato vita a leggi dal contenuto convergente, soprattutto attraverso l’oscuro ma prezioso lavoro delle commissioni e la ricerca di compromessi virtuosi per il bene comune. Così si esercita il potere legislativo, e si completa il lavoro del potere esecutivo. La vita sociale ed economica degli Italiani è stata resa più ricca dal prezioso lavoro di deputati e senatori (di maggioranza o di opposizione) che, avendo un rapporto reale con il territorio e con i corpi sociali, hanno difeso e promosso istanze e interessi reali e legittimi, dando vita - grazie a un confronto franco e talvolta persino duro - a leggi di alto profilo.

Nei quasi vent’anni dalla fondazione dell’Intergruppo (nacque nel 2003), anche grazie al supporto della segreteria scientifica della Fondazione per la Sussidiarietà e di PwC Italia, ci siamo occupati spesso di “politiche”: dalla scuola all’impresa, dal lavoro alla solidarietà, dal regionalismo alla riforma costituzionale. Soprattutto però, si è riflettuto in termini teorici e operato concretamente per promuovere una democrazia in cui la collaborazione fra partiti diversi contribuisse a realizzare il senso dell’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Alla fine di questa legislatura lanciamo un appello perché in Italia si torni a “fare politica”, ripensando il nesso dei partiti con la società civile e il ruolo del Parlamento. Riteniamo che le forze politiche debbano farsi carico della loro grave responsabilità, anche nella formazione e selezione della loro classe dirigente. E che i corpi intermedi possano tornare a guardare ai partiti come il luogo della vita della democrazia. Se si riuscirà a ricostruire un ponte, allora l’articolo 49 potrà trovare piena attuazione, a beneficio di tutti. Che cosa sia un partito, che cosa lo qualifichi come soggetto democratico, non solo esternamente nei confronti delle istituzioni ma anche internamente nel rispetto della libertà dei cittadini che a esso si associano, non abbiamo mai voluto definirlo fino in fondo. Forse è ora di ricominciare a parlarne.

Non che basti una legge, non “sogniamo sistemi talmente perfetti da rendere inutile all’uomo di essere buono” - come dice il mai abbastanza citato T. S. Eliot - ma riteniamo che sia venuto il tempo in cui questa riflessione e il conseguente cambiamento debbano trovare uno spazio adeguato.