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di Elisabetta Zamparutti*


Il Tempo, 28 dicembre 2020

 

L'esistenza è un viaggio e il "viaggio della speranza" è la metamorfosi della detenzione in libertà. È il peregrinare della coscienza nel tempo che regala sempre e a tutti la possibilità di elevarsi fino a compiere, lo dico con convinzione, il miracolo. A partire dalla consapevolezza di ciò che si è, di ciò che si è stati e di ciò che si può essere. I detenuti ne sono spesso metafora per le vicende che in detenzione li hanno condotti e per le condizioni in cui si trovano a scontare la pena, a penare. Come Gaetano Puzzangaro. Mi dà occasione di parlare di questo e di lui la recente decisione della Santa Sede di beatificare il giudice Rosario Livatino, assassinato ad Agrigento il 21 settembre 1990, all'età di 37 anni, per mano di un gruppo di suoi coetanei "stiddari".

Il giudice ragazzino, nato a Canicattì, che esercitava la funzione di magistrato quasi in forma di preghiera a Dio arrivando a parlare di "amore verso la persona giudicata" si era guadagnato il soprannome, tra i mafiosi, di "santocchio" (bigotto). Questo suo orientamento ai valori umani lo rendeva talmente diverso dai mafiosi e pertanto a loro inaccessibile che decidono di eliminarlo. Tra gli assassini c'è "a musca" (la mosca) Gaetano Puzzangaro, di Palma di Montechiaro.

Quando parla oggi da protagonista del docu-film "Spes contra spem-Liberi dentro" di Ambrogio Crespi, Gaetano risveglia un senso di grazia. La grazia appartiene a tutti ma nel suo caso è stata per lungo tempo soffocata da una dura corazza protettiva di cui ha iniziato a spogliarsi quando Giovanni Paolo II, proprio ad Agrigento, nella Valle dei Templi, lanciò un anatema contro la mafia e abbracciò i genitori del giudice.

Da quel momento inizia un percorso spirituale che lo porta a testimoniare alla causa di beatificazione di Livatino giunta ora, anche con e grazie alle parole di Gaetano, a buon fine. La decisione di Papa Francesco di far pubblicare il decreto diventa allora emblema di una giustizia capace di riconoscere vittima e carnefice e, come per miracolo, riconciliarli.

Caino e Abele insieme per così riparare, ricostruire e ricominciare. Ma il senso delle parole che Gaetano ha consegnato al regista Ambrogio Crespi hanno contribuito anche a "beatificare" l'Italia perché è stato anche grazie alla visione del docu-film "Spes contra spem-Liberi dentro" che la Corte europea per i diritti umani ha potuto meglio capire la realtà dell'ergastolo ostativo e così arrivare alla sentenza Viola vs Italia che ha affermato nel nostro ordinamento finalmente il diritto alla speranza.

Un po' come la campagna di immagine e parole "We, on death row" che Oliviero Toscani realizzò a sostegno della moratoria Onu delle esecuzioni capitali. Quando intervenne un anno fa dal palco del Congresso di Nessuno tocchi Caino nel carcere di Opera a Milano, Gaetano ha detto che il suo "è stato un lungo cammino, che va avanti da trent'anni e che non finirà mai".

"Quando si è seduti sulle macerie della propria esistenza, l'unica cosa da fare è fermarsi, tirare una linea e vedere che cosa non ha funzionato in sé stessi e nella comunità in cui si è vissuti fino a quel momento". "Morte tua, vita mia", è per lui oggi un mostruoso abbaglio, convertitosi com'è alla ben più creativa espressione "vita tua, vita mia".

La Sicilia continua in questo ad essere una terra mitica, dove il confine tra inizio e fine è in costante movimento e così il male come contrapposto al bene. Accade così che per Gaetano che credeva di non far più parte della sua comunità, la città di Palma di Montechiaro, per quel passato ferito che ritorna sempre un miracolo si era già avverato.

Quando il Sindaco della sua Palma di Montechiaro, Stefano Castellino, è venuto a trovarlo a Opera per farlo sentire ancora suo cittadino. Cittadino della sua Palma di Montechiaro. È il miracolo umano di Spes contra spem, di una speranza che non è attesa inerte ma coraggio di guardare dentro sé stessi e andare avanti.

 

*Tesoriere di Nessuno tocchi Caino