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di Francesco Lo Piccolo e Veronica Croccia (per la Camera penale di Pisa)

vocididentro.it, 7 novembre 2026

È morta in ospedale dopo un’agonia di cinque giorni. Aveva appena 21 anni e in carcere a Brescia, dove era stata rinchiusa da poco, si era appesa a una corda fissata alle sbarre della finestra. Di lei non si sa nulla, neppure il nome... solo una piccola notizia sui giornali locali, un numero per le statistiche che cancellano volti, identità e storie di persone in carne e ossa e verso le quali, come scriveva nel 2009 il magistrato Sandro Margara, si è persa quella coscienza etica che fa sentire come propria “la responsabilità di questi morti e del carcere che li produce”. È la quarta donna che si uccide in carcere dall’inizio dell’anno; era successo a Venezia, a Trento e a Teramo: una aveva 37 anni, le altre 22 e 32 anni. Anche di loro si sa ben poco: l’istituzione carcere nasconde e copre perché non ama essere guardata.

E ancora meno vuole essere controllata. Emergerebbe il lato più oscuro della nostra modernità. Una modernità capace di costruire carceri come un inferno dantesco, con edifici fatiscenti e celle prive di qualsiasi requisito di vivibilità. Stanze spesso senza bidet, fredde d’inverno e soffocanti d’estate, spesso senza acqua calda. E dove sono rari anche i servizi sanitari: a San Vittore a Milano (con 79 detenute) o al Pagliarelli di Palermo (con 66 detenute) non c’è nemmeno il servizio di ginecologia. Strutture dove non è raro che ci siano donne mamme che partoriscono di notte, con il solo aiuto delle compagne di cella.

Al 31 ottobre le donne recluse erano 2.996. Tra loro, 26 erano madri rinchiuse dentro con i loro figli piccoli. Il 4% dell’intera popolazione detenuta in Italia, che sempre a fine ottobre aveva superato quota 66.000. Poche, ma proprio per questo doppiamente emarginate in quegli orribili gironi. E vive grazie a terapie con psicofarmaci pesantissimi, di cui fa uso oltre il 60% di loro (contro il 41,6% degli uomini). Non più donne, mogli e, soprattutto, non più mamme nel senso vero della parola: separate dai figli, sole con un senso di colpa che le attanaglia per tutta la durata della carcerazione, e anche dopo.

E dove si muore. Addirittura senza un nome. Come se fossero cose. Quando invece sono persone e hanno una loro storia. Se vado indietro nel tempo, penso a Donatella Hodo, 27 anni, morta nel carcere di Montorio (Verona) la notte del 2 agosto di quattro anni fa, inalando il gas dal fornelletto della cella. È stata la cinquantanovesima persona morta suicida dall’inizio del 2022, uccisa dalla solitudine, dalla paura e dalla rabbia. Una storia simile a tante altre, in cui si consuma il dramma di un’umanità che giudica, condanna e custodisce. Vittime e simboli allo stesso tempo, costrette a fare i conti con la morte di troppi compagni.

Non ho conosciuto di persona Donatella, ma ho incontrato diverse sue amiche e compagne di cella: ragazze giovani e meno giovani, italiane e straniere. Le ho conosciute alla nascita di Sbarre di Zucchero, nata inizialmente come pagina Facebook e poi diventata un’associazione per ricordarla e denunciare la doppia violenza del carcere sulle donne. Ci siamo incontrati in lunghe riunioni in rete all’indomani del suicidio di Dona, momenti in cui i ricordi dolorosi si mescolavano a quelli gioiosi. “Libera come l’aquila, bastava saperti prendere e lasciarti i tuoi spazi”, ricordava Edy in una struggente preghiera. “Non ti dimenticherò mai… io e te, due uragani, piene di voglia di fare anche se avevamo spesso i cinque minuti di blackout. Ciao, riposa in pace e veglia su di noi, sulla tua famiglia e sul tuo bimbo”.

Donatella, origini albanesi e un’infanzia difficile, era madre di un bambino di nome Adam, che il tribunale aveva dato in adozione. Fin da giovanissima era entrata nel tunnel della tossicodipendenza, finanziata con piccoli furti nei negozi. Un percorso obbligato e comune a molti, che l’aveva portata più volte dentro e fuori dal carcere, senza mai trovare un aiuto concreto. Ci provava ogni volta, ma ogni volta falliva. Lo aveva scritto chiaramente in una lettera un anno prima: “Voglio uscire fuori da tutta questa situazione, voglio smetterla con la droga, voglio finirla con il carcere, ma ho bisogno di qualcuno che mi dia una possibilità… Ho ancora una vita davanti, voglio sistemarmi, avere un futuro… Voglio un lavoro, voglio vedere gli occhi di mia madre piangere nel vedermi realizzata e non perché sta soffrendo per colpa mia… ho voglia di vivere, di recuperare gli anni persi, voglio smetterla di distruggermi con le mie mani. Ma nessuno mi sta aiutando, così mi hanno rimessa in carcere e portato via il piccolo. Volevo morire”.

Parole che squarciano montagne di silenzio e retorica contro i tanti racconti rassicuranti di una giustizia che riabilita. Le ultime righe scritte da una ragazza, morta di solitudine in una cella fredda, mostrano l’inferno per quello che è. Donatella ci ha lasciato la fotografia più vera, nitida e spietata del lato oscuro della nostra modernità. Era il 2022. Siamo allo stesso punto.