di Mario Di Vito
Il Manifesto, 21 novembre 2024
Le proposte per l’abrogazione e i rapporti stretti del sottosegretario con la penitenziaria. Il Pd: “Nordio riferisca in aula”. “È in attuazione la dottrina Delmastro?”. La domanda la pone in Senato Walter Verini del Pd, mentre invoca la venuta in aula del ministro Nordio per riferire sul caso dell’inchiesta di Trapani sulle torture in carcere. Del resto sono passati pochi giorni da quando il sottosegretario ha parlato della propria “intima gioia” al pensiero che i detenuti non riescano a respirare dietro ai vetri oscurati dei nuovi mezzi della polizia penitenziaria.
Un modo per strizzare l’occhio a una platea che ha sempre considerato l’istituzione del reato di tortura, avvenuta nel 2017, come un insulto alla propria professione, trovando ampie sponde politiche proprio in Fratelli d’Italia: Meloni, finché è stata all’opposizione, aveva parlato più volte dell’abrogazione di un reato che “impedisce ai poliziotti di fare il loro mestiere” e l’anno scorso, alla Camera, in una delle rare iniziative parlamentari delle sue rare iniziative parlamentari, FdI lanciò la proposta di ridurre gli articoli 613 bis e 613 ter del codice penale (quelli che circostanziano la tortura) a una semplice aggravante.
Andrea Delmastro, che al ministero della Giustizia detiene la delega alle carceri, con la polizia penitenziaria ha sempre avuto un rapporto strettissimo. “È una sua falange privata”, ebbe a dire Matteo Renzi in tempi non sospetti, alludendo ai suoi rapporti strettissimi con gli agenti. Non è un caso che, quando gli venne concessa la scorta ai tempi del caso Cospito, come capo il sottosegretario scelse Pablito Morello, ex ispettore capo della penitenziaria (è in pensione dallo scorso giugno), suo amico fraterno e, particolare per nulla secondario, iscritto a Fratelli d’Italia.
Nel giugno del 2023, intervenendo al congresso della Confsal (la Confederazione generale dei sindacati autonomi dei lavoratori) su invito del Sappe, il discorso di Delmastro sulla tortura discorso fu molto chiaro: accusò “i precedenti governi” di volere che “i poliziotti affrontassero i detenuti armati di olio bollente con nulla più che la Costituzione nella mano sinistra e l’ordinamento penitenziario nella destra”. Ma niente paura, aggiunse tra gli applausi della platea, “stiamo definendo protocolli operativi di intervento che vi mettano nelle condizioni di operare”.
La questione in realtà non è così facile da sbloccare: Nordio, l’unica volta che è intervenuto sul tema, nel febbraio di un anno fa, disse che qualche modifica era prevista, ma per un fatto puramente tecnico, cioè l’adeguamento alla convenzione di New York. Il ministro al vede così: attualmente la tortura è un reato a dolo generico - viene cioè punito chiunque causi sofferenze a chi è privato della sua libertà - ma bisognerebbe lavorare per renderla un dolo specifico, perché altrimenti sarebbe concreto “il rischio di vedere applicata questa disposizione in caso di casi leciti di tutela dell’ordine pubblico”. Questo perché la convenzione di New York parla della tortura come di un “reato proprio”. La differenza sta nelle sfumature: farne un dolo specifico, separando cioè la tortura dai trattamenti inumani e degradanti, renderebbe pressoché impossibile stabilire cosa siano di preciso l’una e l’altra cosa. Nei fatti sarebbe un’abrogazione.










