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di Paolo Comi


Il Riformista, 21 novembre 2020

 

La riunione odierna per eleggere il nuovo leader finirà quasi certamente con una fumata nera. Si va verso l'ennesima proroga a Poniz. Area non molla. E sono poi toghe di sinistra i capi delle Procure più importanti del Paese, da Milano a Napoli. Area, che per circa centotrenta voti ha battuto Mi alle elezioni di ottobre, ottenendo così un seggio in più, vorrebbe allora il bis per il presidente uscente, il pm milanese Luca Poniz, primo degli eletti.

"Fuoco amico" sull'ipotesi di affidare la presidenza alla seconda classificata, il giudice del Tribunale di Roma Silvia Albano. Ad esacerbare gli animi, poi, un comunicato dei giorni scorsi in cui Area dettava la linea per i prossimi anni, ad iniziare dal "riconoscimento della piena legittimazione dell'Anm ad intervenire nella discussione pubblica sui temi della giustizia e della tutela dei diritti fondamentali".

Immediata era stata la risposta delle toghe di Mi secondo le quali l'Anm "per essere un interlocutore serio e credibile non deve porsi quale soggetto politico oppositore o collaterale a questo o quel governo e non deve essere lo strumento per affermare tesi e posizioni ideologiche funzionali a determinate interpretazioni valoriali ed etiche".

Il compito dell'Anm, per le toghe di Mi, è "la tutela dei magistrati e i temi sindacali, evitando comunicati pro o contro l'indirizzo politico del governo e le scelte che ne costituiscono attuazione". Tradotto per i profani, basta iniziative, come nel recente passato, contro i due Mattei nazionali, dopo Silvio Berlusconi, i bersagli preferiti delle toghe di sinistra. Su tali presupposti, ovvio, che una giunta unitaria dell'Anm risulta impraticabile.

Cosa succederà allora? Nella riunione in programma oggi, molto probabilmente si valuterà una nuova proroga per il presidente uscente Poniz, affiancandolo a un direttorio composto da un rappresentante di ogni gruppo associativo. Sul fronte Csm, infine, sono ormai due mesi che si attende la sostituzione dell'ultima "vittima" del Palamaragate, il giudice Marco Mancinetti, costretto alle dimissioni dopo la pubblicazione della sua chat con lo zar delle nomine.

Pasquale Grasso, che dovrebbe subentrargli in quanto primo dei non eletti alle suppletive del 2019, è ancora in attesa di conoscere la decisione del Plenum. Non essersi candidato alle prime elezioni del 2018, secondo alcuni, renderebbe nulla la sua nomina. Difficilmente, comunque, accetterà di far parte del Csm quando manca poco più di un anno e mezzo alla sua scadenza naturale, preferendo ricandidarsi per un intero mandato.

Dura accusa, infine, da parte di Andrea Reale, giudice a Ragusa e neo eletto all'Anm, sulla decisione di "graziare" quasi tutte le toghe coinvolte del Palamaragate. "Ritengo che il potere di "cestinazione" senza controllo vada al più presto abolito e che, nel caso in esame, per la gravità dei fatti emersi dalle chat e per il discredito prodotto alla magistratura, la Procura generale presso la Cassazione dovrebbe usare la "cortesia" di rendere conoscibili i motivi per i quali condotte che sembrano di analoga gravità siano rimasti senza capi di accusa e senza accusati".