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di Chiara Cruciati

Il Manifesto, 29 aprile 2025

Si è aperta ieri la cinque giorni di udienze per determinare gli obblighi di Tel Aviv verso i palestinesi e verso le Nazioni Unite. Cinque giorni, 40 paesi presenti, 15 giudici del più alto tribunale del pianeta e una domanda: “Quali sono gli obblighi di Israele, in quanto potenza occupante e membro delle Nazioni unite, in relazione alla presenza e alle attività delle Nazioni unite…nei Territori palestinesi occupati e in relazione ad essi, tra cui quello di garantire e facilitare la fornitura senza ostacoli di forniture urgentemente necessarie, essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile palestinese (…)”. Lo chiede l’Assemblea generale dell’Onu alla Corte internazionale di Giustizia: dateci la vostra opinione, non vincolante ma politicamente pesantissima. La richiesta era contenuta in una risoluzione del 29 dicembre 2024, votata all’epoca a larghissima maggioranza. I tempi lunghi del diritto internazionale: nel frattempo Israele, il 2 marzo, ha sigillato i valichi di Gaza, rendendoli impermeabili a qualsiasi bene che dovrebbe garantire la sopravvivenza di cui sopra.

I palestinesi hanno fretta: le panetterie non sfornano più il pane, a Gaza sud non c’è più benzina per le ambulanze (è di ieri l’annuncio della protezione civile, da qui in avanti non c’è modo di muoversi a recuperare i feriti nei raid israeliani), gli ospedali sono gusci vuoti e i malati muoiono uno dietro l’altro, per ferite infette o malattie croniche curabilissime se ci fossero i medicinali (morti che non entrano nei bilanci ufficiali). Il diritto internazionale però ha i suoi tempi. La Corte internazionale ascolterà per cinque giorni gli interventi di 40 paesi, di esperti e di organizzazioni internazionali per poter poi prendere la sua decisione, che arriverà “probabilmente tra qualche mese, forse nel 2026”, ci spiega Triestino Mariniello, giurista e parte del team legale che rappresenta le vittime palestinesi di fronte alla Corte penale internazionale

Israele che obblighi ha verso il popolo che occupa e verso le Nazioni unite? Una domanda, questa, strettamente legata alla personale guerra scatenata contro il sistema Onu, fatta di 295 operatori uccisi, la messa al bando di Unrwa (l’agenzia per i rifugiati palestinesi e principale distributore e gestore di beni e servizi alle comunità), i raid mirati su scuole e strutture dipinte di blu e soprattutto la violazione sistematica e ripetuta delle regole del diritto internazionale e umanitario. “La decisione non è vincolante - continua Mariniello - ma sarà importante perché va a toccare i principi fondamentali del diritto internazionale, e questi sì, sono vincolanti: ovvero gli obblighi di una potenza occupante, nel caso israeliano a Gaza come in Cisgiordania e a Gerusalemme est”.

Israele potrà bypassare la decisione come ha fatto con tutte le precedenti. Renderla operativa spetterebbe agli Stati membri dell’Onu, con sanzioni, isolamento, interruzione dei rapporti diplomatici, embargo militare, quella cassetta degli attrezzi rimasta sigillata, come i valichi di Gaza. “Credo che la Corte - conclude Mariniello - accetterà quanto richiesto e si esprimerà in modo molto esplicito sul fatto che Israele sta violando il diritto internazionale, in particolar modo dopo il bando di Unrwa nei Territori palestinesi occupati. E ribadirà quanto espresso nelle misure cautelari emesse a gennaio e maggio del 2024: seppure il procedimento sia indipendente dalla causa mossa dal Sudafrica, la decisione di bandire Unrwa rientra in quel piano genocidiario, è uno dei modi per distruggere in tutto o in parte il popolo palestinese”.

La cinque giorni olandese infatti si inserisce all’interno di un rinnovato impegno delle Corti dell’Aja intorno alla questione palestinese, dalle decisioni che hanno accolto la denuncia sudafricana contro Tel Aviv per “genocidio plausibile” alla sentenza con cui, a luglio 2024, si definiva l’occupazione israeliana illegale, un’annessione de facto e un regime di apartheid, da smantellare entro un anno. Fino ai mandati d’arresto, spiccati lo scorso novembre, contro il premier Netanyahu e l’allora ministro della difesa Gallant. Netanyahu, forte di un’impunità garantita a livello internazionale, ha ulteriormente aggravato le condizioni di vita a Gaza e domenica, alla vigilia della prima udienza, ha ribadito di voler mantenere il controllo militare di Gaza e portare avanti il piano trumpiano di pulizia etnica della Striscia: “Credetemi, molti di loro se ne andranno”.

Si usano fame, malattie, raid indiscriminati, tutto ciò che serve a dire ai palestinesi che nella loro terra l’unico futuro possibile è la morte o una sopravvivenza indegna. Tra domenica pomeriggio e ieri in serata si contavano 71 uccisi, per un bilancio ufficiale di 52.300 vittime dal 7 ottobre 2023 (numero che non tiene conto dei dispersi, migliaia, e delle morti “indirette”). E poi c’è l’altro fronte, la Cisgiordania, dove l’esercito opera in simbiosi con il movimento dei coloni, responsabili di attacchi ormai quotidiani e sempre più agghiaccianti: agli incendi nei villaggi, si aggiungono ora i rapimenti. Sabato, il terzo: due palestinesi sono stati presi a Kober nelle loro case, spogliati, picchiati, portati via con le mani legate. Sono stati liberati la notte dopo.

A Sinjel, vicino Ramallah, villaggio preso di mira la scorsa settimana sia dai coloni sia dall’esercito, ieri le autorità israeliane hanno iniziato a erigere un muro. Circonderà la comunità, separandola dalle terre agricole, distruggerà un migliaio di alberi d’ulivo. L’immagine, per niente metaforica, dell’oppressione di un popolo occupato da decenni.