di Ennio Vivaldi
Il Domani, 17 agosto 2025
L’obiettivo era quello di sradicarla a livello globale nel 2030: possiamo dire già che non verrà raggiunto. Un abitante del pianeta ogni 11 non ha abbastanza da mangiare. Abbiamo esempi di come si può sconfiggere il fenomeno, il Cile è uno di questi. Invece abbiamo lasciato indietro il popolo haitiano. C’è chi non soffre la fame e chi sì. Un abitante del pianeta su undici appartiene a questo secondo gruppo. Il 29 per cento della popolazione mondiale si trova in una situazione di moderata insicurezza alimentare. Se ci siamo mai posti (noi, paesi che facciamo parte di organizzazioni multilaterali come l’Onu e la Fao) l’obiettivo di sradicare la fame entro il 2030, possiamo già anticipare che questo bel proposito non si realizzerà.
Le grandi proposte in materia di salute pubblica hanno due ambiti motivazionali: uno etico e l’altro pragmatico. Il primo si riferisce a chi soffre la fame, a chi vede un altro soffrire la fame, a chi vede i propri figli soffrire la fame. Il secondo ambito si riferisce ai meccanismi attraverso i quali la salute della popolazione determina il futuro della società nel suo complesso: l’efficienza della forza lavoro, le migrazioni, le tensioni politiche, la criminalità, lo sviluppo del potenziale intellettuale dei suoi abitanti.
Nel 1952 in Cile venne creato un Servizio Sanitario Nazionale, promosso da due medici con visione politica differente, Salvador Allende ed Eduardo Cruz-Coke. L’uno enfatizzava il concetto per cui ogni persona ha diritto di accedere a un’assistenza sanitaria dignitosa; l’altro sosteneva che, affinché il paese si sviluppi, è necessario disporre di una forza lavoro efficiente e produttiva. Queste due linee convergenti permisero la creazione di un sistema sanitario pubblico molto ben strutturato. Le stesse motivazioni etiche e pragmatiche hanno spinto il Cile a sradicare praticamente la malnutrizione infantile. Nel 1954 fu creato il Programma Nazionale per l’Alimentazione Complementare, per monitorare le donne incinte e i bambini che, quando Allende assunse la presidenza della Repubblica nel 1970, iniziarono a ricevere mezzo litro di latte al giorno. Il processo culminò quando il dott. Fernando Mönckeberg creò un istituto transdisciplinare presso l’Università del Cile e un programma che avrebbe praticamente sradicato la malnutrizione infantile. Mönckeberg avanzò una tesi innovativa: poiché la malnutrizione infantile precoce interferisce con lo sviluppo del sistema nervoso centrale in un modo difficilmente reversibile, coloro che ne hanno sofferto non sarebbero in grado di integrarsi pienamente in nuove modalità produttive.
Questo chiude il cerchio povertà-fame-sottosviluppo-povertà e si evince che senza l’eliminazione della fame non esiste progresso sociale. E quanto detto, forse, intacca anche l’idea di democrazia liberale: a cosa servono il diritto di voto e l’autodeterminazione se non si consente all’individuo di sviluppare fin dall’inizio il proprio potenziale? Altra domanda, ancora più scomoda: vogliamo davvero avere una cittadinanza intelligente, nel nostro paese e nei paesi lontani?
La persistenza per decenni di questa politica pubblica in Cile ha praticamente eliminato la malnutrizione infantile, che raggiungeva il 34 per cento negli anni Sessanta, e ridotto la mortalità infantile da 128 su mille nati vivi nel 1960 a 6 nel 2023. Si tratta di un parallelismo causale, poiché la malnutrizione è un fattore di rischio per le malattie infettive, la principale causa di mortalità in questa fascia d’età e, infatti, si stima che a livello mondiale il 45 per cento della mortalità infantile sia associata alla malnutrizione.
L’Onu si propone di fare del principio di “non lasciare nessuno indietro” la motivazione universale dell’Agenda 2030, il cui Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 2 è “Fame Zero”. Un intero popolo che ci siamo lasciati alle spalle è Haiti. La prevalenza dell’insicurezza alimentare nel paese è aumentata dal 35 per cento del 2019 al 48 per cento del 2024. Due milioni di persone soffrono la fame a livelli di emergenza e 6.000 sfollati interni la patiscono in modo catastrofico.
La Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti, in cui il Cile ha svolto un ruolo di primo piano dalla sua istituzione nel 2004 fino alla sua conclusione nel 2017, ha sostenuto il rafforzamento delle istituzioni locali, la formazione tecnica e operativa della polizia nazionale e lo sviluppo di infrastrutture importanti come strade, sistemi di acqua potabile e organizzazioni comunitarie. La missione ha riguardato anche gli aiuti umanitari forniti durante le emergenze del 2010 e del 2016.
Se dopo tutti questi sforzi, vediamo oggi che un haitiano su due non ha abbastanza cibo, il mito di Sisifo sembra rappresentare l’analogia perfetta per ciò che sta accadendo ad Haiti. Ogni tanto, con ingenti sforzi da parte di molti organismi e paesi, si riesce a superare una situazione d’inedia e di instabilità istituzionale, per poi assistere a un nuovo crollo.
È quindi fondamentale ridefinire la cooperazione con Haiti, cercando soluzioni stabili e durature sia per quanto riguarda la sua capacità di produrre cibo, che per la solidità delle sue istituzioni e dell’ordine pubblico. È necessario diagnosticare e curare le basi strutturali della fame, andando oltre il mero soccorso che perpetua il precario equilibrio che ha portato a questa situazione, che deploriamo e cerchiamo di cambiare.
È fondamentale accettare che non dobbiamo lasciare indietro nessuno, una decisione che, come abbiamo detto, può essere basata su ragioni etiche, pragmatiche o entrambe. In alternativa, possiamo rassegnarci (e non necessariamente con la tristezza che solitamente accompagna la rassegnazione) al fatto che alcuni o molti rimarranno indietro, soffriranno la fame o moriranno per mancanza di cibo.
Dal momento che risulta scomodo esprimerlo in questi termini, chi sceglie questa linea deve evidentemente considerare la fame come qualcosa di inevitabile e ingestibile, ma tollerabile. Qualcosa di simile si può dire del cambiamento climatico e, perché no, degli obiettivi di sviluppo sostenibile nel loro complesso, aggiungendo che il fatto che questi obiettivi non vengano raggiunti non significa che non ci sia progresso; anzi, questo potrebbe addirittura essere facilitato.
Per giustificare la persistenza della fame si può addirittura invocare Darwin, probabilmente uno degli scienziati più brillanti della storia e certamente il più travisato, e sostenere che in questa lotta per la sopravvivenza, che tuttavia si traduce nel progresso dei sopravvissuti, molti dovranno necessariamente restare indietro. Due considerazioni finali. Primo, Haiti non ha armi nucleari da temere né petrolio da cercare. Secondo, il titolo di questo articolo è incontestabile, perché la fame appartiene sempre agli altri, non a noi che sappiamo leggere i giornali e scrivere su di essi.











