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di Marzio Breda

Corriere della Sera, 20 settembre 2025

È un destino toccato a tutti i capi dello Stato degli ultimi trent’anni, quello di dover esortare le forze politiche a un codice di comportamento di lealtà e correttezza. Si farà sentire ancora, Sergio Mattarella, anche se deve sembrargli uno sforzo inutile, una fatica di Sisifo. Se interverrà, a modo suo, sarà in base al livello d’allarme che percepirà dal confronto/scontro tra i partiti. Dovrà farlo perché disintossicare il clima quando la lotta politica si radicalizza nel linguaggio incendiario degli ultimi giorni - che lo ha sorpreso - rientra nei doveri d’ufficio di un moderatore istituzionale quale lui è. “Bisogna disarmare le parole”, ha detto di recente papa Leone XIV. Lui la pensa allo stesso modo e ne ha dato infinite prove, esortando tutti ad “abbassare i toni” e a contenere gli eccessi della retorica davanti ai rischi di “imbarbarimento della società” e di fomentare la violenza. Deragliamenti che si ripetono, dato che viviamo in una campagna elettorale permanente.

È un destino toccato a tutti i capi dello Stato degli ultimi trent’anni, quello di dover esortare le forze politiche a un codice di comportamento di lealtà e correttezza. E, curiosamente, a volte è capitato che siano stati chiamati a spiegare all’estero queste rincorse alle provocazioni come se fossero la cifra distintiva del nostro dibattito pubblico. Il 30 marzo 2011 Giorgio Napolitano si sentì chiedere alla New York University perché la politica italiana fosse ostaggio della hyper-partisanship, cioè di un eccesso di partigianeria e faziosità, e quali conseguenze ciò determinasse. Il presidente ammise che sì, “l’attitudine a dividersi è il nostro più grande problema”. Infatti, al giurista che lo interrogava, Joseph Weiler, spiegò che “da noi si assiste a una guerriglia quotidiana che crea una delegittimazione reciproca dei fronti in competizione e un grave indebolimento del nostro prestigio”. Pochi mesi dopo Napolitano ebbe conferma di quanto quel giudizio fosse dilagato fino a Oxford, quando si sentì elogiare per aver “guidato con mano saggia” i compatrioti, definiti come “gentem animosam ac facundam”, vale a dire litigiosa e lamentosa. Quasi che altrove se la passassero meglio.

Questioni analogamente sconfortanti sulla credibilità del nostro sistema, sono state poste pure agli inquilini precedenti del Colle. Nel presupposto che la politica in Italia soffra cronicamente di questa patologia, la hyper-partisanship, appunto, in cui si pensa di saldare i conti con gli avversari nel modo più duro, additandoli come portatori di rancore se non inclini a scorciatoie violente. Terroristiche perfino. Silvio Berlusconi, per esempio, alla vigilia del voto del 2001, evocò “minacce personali” causate “dall’odio della sinistra”. Una sortita che costrinse Ciampi a convocare il capo della polizia e il comandante generale dei carabinieri, per poi far sapere che le paure erano ingiustificate. Ne nacque un botta e risposta parlamentare tra il vittimistico e l’accusatorio che un po’ ricorda quanto è accaduto dopo l’assassinio di Charlie Kirk, nell’America delle armi facili e dove cresce l’insofferenza verso le opinioni “nemiche”.