di Michela Bompani
La Repubblica, 12 dicembre 2023
Agnese, terzogenita dello statista ucciso nel 1978, e Franco Bonisoli, membro del commando di via Fani insieme nel percorso di giustizia riparativa del “Gruppo l’incontro”. Franco Bonisoli, ex brigatista, è il primo ad alzarsi in piedi, tra il pubblico del Palazzo Ducale, e ad applaudire, quando Agnese Moro, figlia dell’ex presidente del consiglio e presidente della Dc sequestrato e ucciso dalle Br nel 1978, riceve il Premio internazionale Primo Levi, per il suo impegno nella “giustizia riparativa”. “Grazie ai miei preziosi amici difficili e improbabili”, dice, e gli rivolge lo sguardo sereno. Bonisoli, che fu membro del commando di via Fani, la segue in quasi tutti gli incontri pubblici, seduto in platea, oppure accanto a lei, a raccontare il loro percorso di giustizia riparativa, “che ci ha liberato dall’essere noi vittime per sempre e loro cattivi per sempre. Loro hanno bisogno di noi e noi di loro, quando lo abbiamo capito, siamo diventati amici”, dice Agnese Moro.
Per costruire un’amicizia “improbabile” ci sono voluti sei anni: “La prima volta che mi sono trovata in una stanza con uno di loro ho pensato “Oddio, cosa ci faccio qui” - dice Moro - mi aveva portato una piantina, una cosa viva. Io mi aspettavo un fantasma, di quelli che mi ero immaginata per trent’anni. Invece avevo davanti un uomo vecchio, come me. E mi disse: “Hai una faccia che non si può guardare”: gli ricordavo mio padre”. Bonisoli ha il viso solcato da rughe, i capelli biondi sulle spalle, ascolta ogni parola. “Ci siamo detti cose “indicibili” e “inascoltabili” - ha ricordato a un incontro - eppure le abbiamo dette e le abbiamo ascoltate, nel rispetto reciproco”. “Quando mio padre è morto, avevo 25 anni, due anni più di lui” dice Agnese Moro, adesso l’ex brigatista è diventato “uno dei miei difficili, improbabili e preziosi amici”.
Tutto è cominciato nel 2009, quando hanno intrapreso un percorso di giustizia riparativa, con il “Gruppo l’incontro”, con tre mediatori, Claudia Mazzucato, Guido Bertagna e Adolfo Ceretti e il dialogo con il cardinale Carlo Maria Martini, che seguiva il progetto. Undici incontri protetti, in sei anni, tra una casa dei Gesuiti in Alpi Marittime e l’abbazia milanese di Viboldone: “Abbiamo passato settimane intere in un posto dove non prendevano i telefoni”, ricorda Bonisoli e insieme lavavano piatti, si chiudevano in silenzio, pulivano i pavimenti e hanno giocato anche a calcetto. “Pensavo che il dolore fosse solo mio - dice Agnese Moro - poi ho accettato di varcare una soglia e di incontrare chi era coinvolto nell’uccisione di mio padre e ho capito che al mio, corrispondeva un altro dolore. E allora abbiamo attraversato i nostri inferni insieme”. Come quando, il 17 giugno 2012, sono andati insieme, con il “gruppo”, sulla tomba di Moro e poi nella casa di famiglia, a Torrita Tiberina.
Non parla mai di perdono, forse troppo grande, forse troppo unilaterale, ma dell’amicizia che la lega a un “ex”, come Bonisoli: “Niente può riparare l’irreparabile, mio padre non posso aggiustarlo e neanche posso riattaccare i cocci di quando mi sono rotta, con la sua morte - dice - però la giustizia riparativa toglie le maschere in cui ci siamo intrappolati: vittime e cattivi. Siamo tornati persone”. Ieri ai ragazzi del liceo Cassini di Genova ha mostrato le sue foto di bambina, con il suo papà, in giacca e cravatta, mentre tutti erano in costume, sulla spiaggia di Terracina: “Non riuscivo più a guardarle, erano sporche di sangue, finché i miei amici improbabili mi hanno restituito il passato”.










