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di Djarah Kan

Il Domani, 10 febbraio 2026

Nella notte tra venerdì e sabato, a Nizza Monferrato, un’adolescente di diciassette anni è stata brutalmente picchiata e strangolata da un suo conoscente. Poche ore più tardi, il suo corpo è stato trovato sulla riva del fiume Rio. Nelle ore in cui si apprendeva della morte di Zoe Trinchero, sempre a Nizza Monferrato, una folla inferocita di una quarantina di persone era pronta ad ammazzare un giovane polistrumentista e insegnante di musica jazz, molto conosciuto in paese. Nelle prime ore dell’interrogatorio l’assassino di Zoe lo aveva indicato come colpevole del femminicidio. È bastata quell’accusa infondata, e uno scambio frenetico di informazioni sui social a far scattare il linciaggio contro Naudy Carbone, una persona del posto, che tutti conoscevano e che di recente aveva avuto un periodo di fragilità emotiva.

In pochissime ore, quell’uomo nero si è trasformato nello stereotipo coloniale del criminale violento proveniente dall’Africa, predatore di donne bianche. Nulla di più lontano dalla realtà. Ma ormai quell’immagine razzista aveva già messo le sue radici su un terreno culturalmente preparato ad accettare, senza l’ombra di un solo dubbio, che fosse proprio quel nero, il colpevole. Anche se non c’erano prove.

Potenziali carnefici - Una parte di Nizza Monferrato era pronta a giustiziarlo. Chissà da quant’è che aspettavano il momento di vedersi confermati tutti i loro sospetti razzisti su quel ragazzo nero italiano che non avevano mai realmente integrato nella loro quotidianità. Ciò che in questa storia mi ha fatto più riflettere, è la facilità con la quale persone apparentemente normali e conosciute, possano diventare potenziali carnefici. Ci si aspetta sempre un po’ di grazia e benevolenza da chi ci ha visti crescere. Non si vive pensando all’eventualità che si verrà uccisi da una folla inferocita di italiani razzisti che ti conoscono da una vita, che ti hanno visto mille volte e che magari condividono lo stesso supermercato di fiducia o lo stesso bar di quartiere.

Eppure, questa è la banalità del male che si nasconde tra le pieghe di una comunità che tollera il “presunto” straniero, anche quando non è più tale. In un mondo fantastico, i legami che costruiamo nei posti in cui cresciamo ci dovrebbero proteggere dai pregiudizi e renderci quantomeno degni del famoso “beneficio del dubbio”. Ma il beneficio del dubbio è un privilegio che non tocca a tutti, e che per lo più viene distribuito secondo criteri razzisti e classisti. Una persona bianca e ricca, potrà commettere mille reati con il beneplacito della comunità che lo protegge. Ma “quel nero pazzo”, come l’ha definito Alex Manna, camminerà sempre nel perimetro ristretto delle fantasie di un branco di razzisti a cui è bastata la parola di un loro “simile”, per organizzare in fretta e furia un linciaggio che esisteva già nelle loro menti, ancor prima di manifestarsi nella realtà.

Vittimismo - Chi voleva giustiziare Naury Carbone, non aveva alcuna intenzione di vendicare la vita di una donna uccisa dalla cultura del possesso. Quegli uomini armati di pugni, rabbia e calci che volevano irrompere in casa di un innocente per giustiziarlo, non erano maschi decostruiti santi e beati che avevano abbracciato le teorie del femminismo sulla violenza di genere. Non erano cavalieri del rispetto e dell’autodeterminazione delle donne. Erano semplicemente razzisti bisognosi di sfogare un odio di cui erano pieni fino all’orlo. Un odio che in qualche modo dovevano esorcizzare e mettere in pratica al fine di smettere di sentirsi “fragili maschi italiani che subiscono dagli stranieri”.

È il paradosso del vittimismo del camerata: vittima di persecuzione da parte dello straniero, ma allo stesso tempo superuomo potente, autorevole, culturalmente e biologicamente superiore, che ha la violenza razziale come unico mezzo per riappropriarsi a pieno della sua identità e del suo potere. Anzi, vi dirò di più. Nella logica del maschio bianco di destra che giustizia il nero colpevole di aver toccato la donna bianca, la stessa ha valore solo ed esclusivamente per la sua bianchezza simbolica rappresentante esclusività, elitismo e superiorità.

Per il resto del tempo, la donna bianca non è altro che una proprietà privata in mano ai maschi del suo gruppo. Loro potranno abusare di lei, accusarla di essere una poco di buono, una bugiarda o una che se l’è cercata. Ma nessun maschilista razzista tollererà mai che la sua vittima, diventi vittima di maschi considerati razzialmente inferiori a lui. L’offesa è radicata nel razzismo e nella misoginia, non nell’idea che qualcuno della tua comunità abbia subito un torto intollerabile.

Difendere una donna? - Altrimenti, se il punto fosse davvero “difendere la donna italiana dalla violenza di genere” vedremmo manifestazioni di uomini contro il patriarcato, su base giornaliera. E invece ci sono uomini che si chiedono, a oggi, come mai Federica Torzullo, uccisa a gennaio ad Anguillara, vivesse ancora in casa con il suo ex marito nonostante la separazione. Per lei nessuna manifestazione davanti al carcere. Ma solo decine di articoli che hanno sottolineato la ricchezza e lo status sociale del femminicida. Dove sono i linciaggi contro gli italiani che sono sospettati della morte delle loro compagne o conoscenti?

Non se ne sentono molti. Ma sicuramente, ci sarà sempre un italiano pronto a credere nella colpevolezza di un immigrato. La ricettività di un’accusa falsa a sfondo razziale non è mai casuale. È frutto di scelte politiche mirate a utilizzare il razzismo come uno strumento di controllo e manipolazione dell’opinione pubblica. Il razzismo in questo paese sta silenziosamente attivando milizie cittadine. Sta caricando milioni di armi in carne e ossa, travestite da cittadini insospettabili che, nella vita di tutti i giorni, non farebbero mai del male a una mosca, ma a un immigrato sì. Senza pensarci troppo.

Ogni singola parola d’odio pronunciata da influencer giustizieri della notte e politici di estrema destra, ha come conseguenza quella di creare nella mente di persone normalissime, gerarchie sociali basate sulla razza dove il cittadino italiano dà così poco valore alla vita di un immigrato da pensare che nel placido marasma della sua quotidianità fatta di lavoro, chiesa e famiglia, potrebbe uccidere uno straniero. Non per forza. Ma potrebbe. Non credo che ci renderemo mai conto di quanto sia grave ciò che è successo a Nizza Monferrato.

Una comunità spezzata - Una comunità piccola si è spezzata. Un ragazzo del posto, che tutti conoscevano, ha rischiato di essere ucciso dai suoi stessi vicini di casa soltanto perché perfettamente sovrapponibile allo stereotipo dell’invasore africano violento. Un’adolescente di diciassette anni è stata uccisa perché non voleva stare con un uomo che aveva deciso di possederla. E la cosa peggiore è che gli strumenti culturali per guarire questa ferità collettiva esistono, ma per non ribaltare mai le strutture di potere che generano questi orrori, quegli stessi strumento vengono chiamati “retorica woke anti-italiana e sinistroide”.

Tutto quello che so di questa storia è che da sempre, le donne e gli immigrati sono il centro di tutte le peggiori disfunzionalità della nostra società. Il linciaggio di Nizza Monferrato dovrebbe farci capire qualcosa di fondamentale: non bisogna essere dei mostri con un passato violento per decidere di togliere la vita a qualcuno. Il linciaggio, che solo l’intervento delle forze dell’ordine ha evitato, è sì disumano, ma allo stesso tempo prevedibile, specie in una società le cui Istituzioni democratiche credono sia normale lasciare che la Camera dei deputati possa essere occupata da neofascisti che lottano per la normalizzazione delle deportazioni di massa contro gli immigrati. Non oso immaginare come si senta Naudy Carbone in queste ore.

Deve essere terrificante, accorgersi da un giorno all’altro, di non essere mai stato veramente parte dell’unica comunità che si può considerare casa. E quelle trenta, quaranta persone pronte a commettere chissà quale atrocità che fine faranno? Chi li metterà davanti all’orrore che in un giorno qualsiasi della loro vita, ha preso possesso delle loro coscienze portandoli a credere che sarebbe stato più che giusto massacrare un loro vicino di casa solamente perché nero? So solo una cosa. Che questo governo non ha alcuna intenzione di sanare le molteplici ferite che stanno attraversando la comunità di Nizza Monferrato.