di Marcello Basilico
Il Dubbio, 8 luglio 2026
Istituendo la Scuola superiore della magistratura nel 2006, il legislatore la volle dotata di “autonomia organizzativa, funzionale e gestionale, negoziale e contabile”. Lo ribadisce il suo statuto e non poteva essere altrimenti: essa, infatti, concorre alla crescita professionale dell’ordine giudiziario, autonomo e indipendente per Costituzione. Infatti, sino ad allora essa era affidata al Csm stesso. Espressione dell’autonomia della Scuola è stata il conferimento della sua direzione, storicamente, a un presidente emerito della Corte costituzionale, figura super partes per rango istituzionale e statura giuridica. Vi si sono succeduti Valerio Onida, Gaetano Silvestri, Giorgio Lattanzi, fino a Silvana Sciarra.
A nominarli nel comitato direttivo della Scuola sono stati volta per volta il Csm o il Ministro, tra i componenti che essi devono rispettivamente designare; a votarli come presidenti è stato, sempre all’unanimità (a quanto consta) il direttivo stesso.
Ciò ha contribuito - insieme con lo spessore delle opzioni valoriali che hanno generato una formazione ampia, aggiornata e qualificata - ad accreditare la Scuola come un’interlocutrice autorevole con altre istituzioni nazionali e internazionali. La prassi è mutata, come è noto, nel marzo scorso, quando il comitato direttivo ha compiuto a maggioranza una rotazione inconsueta della presidenza, nominando il professore Mauro Paladini al posto di Sciarra. Artefici del ribaltone sono stati i componenti nominati dal ministro Nordio, sostenuti da una sola togata: la stessa maggioranza, nel corso di questo primo biennio del nuovo direttivo della Scuola, si era contrapposta alla presidente Sciarra e agli altri magistrati in alcune soluzioni organizzative o nel contrastare la pubblicazione dei verbali delle sedute di comitato, tuttora inaccessibili. Ricordiamo ancora la dichiarazione di una esponente di questa compagine che, a proposito della pubblicazione dei verbali, dichiarò di non capire “a chi la Scuola debba giustificare le proprie scelte”.
Tuttora non è reso noto, perciò, perché la Scuola superiore abbia rinunciato, per la prima volta, a essere rappresentata dalla sua figura più prestigiosa né le ragioni di tutte le sue scelte più rilevanti. Ciò che pertanto rimane a oggi in evidenza è soltanto la contrapposizione interna al comitato tra due componenti: quella riferibile, in assoluta prevalenza, allo schieramento di nomina ministeriale e quella dei magistrati. Mai come in questa situazione occorrerebbe dunque quella trasparenza richiesta all’azione di ogni amministrazione pubblica, tanto più di alto rilievo istituzionale, perché i motivi delle divergenze vengano resi conoscibili.
In mancanza, i magistrati non possono che essere preoccupati. A dirigere la Scuola vi è ora l’autore di una precisa scelta di campo politica - ribadita ancora pochi giorni prima di subentrare nella presidenza - quando lanciò un appello per il sì alla riforma Nordio per superare logiche di “appartenenza” che oggi guiderebbero il Consiglio nelle decisioni per “gli avanzamenti di carriera”. Quell’episodio segna un forte punto di discontinuità col passato e rende evidenti le ragioni di una presidenza affidata sempre a ex presidenti della Consulta. Siamo, infatti, su un piano di allineamento all’Esecutivo da cui la formazione dei magistrati non andrebbe sfiorata.
È un piano, peraltro, già conosciuto. Nei lavori del Consiglio superiore della magistratura abbiamo assistito negli anni recenti al tentativo di riscrittura, da parte della componente laica espressiva della maggioranza governativa, di pareri o di linee guida rivolte alla Scuola, per rimuovere dal testo la parola “cultura”: un’operazione motivata teorizzando il fatto che la formazione dovrebbe trasmettere ai magistrati conoscenze di natura solo tecnico-professionale.
Il modello, ciclicamente in auge, è quello che assimila l’interpretazione della legge a una sorta di equazione matematica (presto affidabile all’intelligenza artificiale).
Mai come in questo momento storico i richiami della politica all’ossequio dei giudici verso le scelte governative sono stati incalzanti, non solo in Italia. Ma non è quello, evidentemente, il modello del giudice costituzionale. Esso vede invece la massima garanzia per la tutela dei diritti dei cittadini in una giurisdizione diffusa, espressiva di tesi giuridiche e visioni sociali diverse. Da qui l’esigenza di una formazione plurale dei magistrati, in un confronto costante con avvocatura, accademia, professionisti delle altre scienze, coi portatori dei più diversi interessi sociali. Non receda la Scuola da questa vocazione. “Chi conosce solo il diritto non conosce nemmeno il diritto”, ripeterebbe ancora Francesco Carnelutti.










