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di Ernesto Galli della Loggia

Corriere della Sera, 15 aprile 2026

Quando non c’è più un bene comune, le regole vengono stabilite dalla forza. La crisi del diritto internazionale è sotto gli occhi di tutti: con la conseguenza di un sempre più generalizzato e indiscriminato ricorso all’uso dello scontro aperto, alla guerra. Che però tende a dare ragione non a chi ce l’ha ma a chi è più forte, producendo dunque a propria volta un ulteriore aggravamento della crisi del diritto in questione. Se ci chiediamo però perché le regole di questo contano sempre di meno non dobbiamo accontentarci della risposta abituale - perché ci sono dei governi cattivi che non le rispettano - che come si capisce è una finta risposta che non spiega nulla.

La verità è che il diritto internazionale non funziona più perché, in mancanza di una forza poliziesca e giudiziaria mondiale capace di imporne il rispetto agli Stati (una forza di questo tipo era ad esempio anche il bipolarismo Usa-Unione sovietica esistente fino a una quarantina di anni fa), è venuta meno l’unica, ulteriore, condizione capace di mantenerlo più o meno in vigore. Vale a dire l’esistenza almeno tra la maggioranza degli Stati di un comune sentire, di un comune tessuto di carattere sostanzialmente culturale, fatto di valori e di principi. È da una tale circostanza storica, infatti, che è nato il diritto internazionale: quando all’interno della “Res publica Christiana”, i regnanti dell’Europa medievale e moderna, si sentirono spinti non solo dal proprio interesse (mantenere la condizione di equilibrio delle potenze creatasi con la pace di Westfalia) ma anche dalla propria fede a osservare un certo codice di regole (benché solo tra di loro: con i Paesi e i popoli non europei era invece ammesso di tutto!). Così è nato, dicevo, il diritto internazionale: ne è un pallido ricordo la consuetudine tuttora in essere di considerare il nunzio pontificio come decano ex officio del corpo diplomatico dovunque accreditato.

Alla fine della Seconda Guerra mondiale - seppellita ormai qualunque idea di “Res publica Christiana” - la rifondazione di fatto del diritto internazionale avvenne con la nascita delle Nazioni Unite nel 1945. Allo scopo di “evitare il flagello della guerra” e “affermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo e nel progresso sociale”, com’era scritto nel preambolo dell’organizzazione. Una dichiarazione ove si sente ancora distintamente l’impronta dell’alleanza antifascista vincitrice della guerra, l’eco ideologico dell’antifascismo e dei suoi valori (pur così diversamente intesi come potevano esserlo dalla Russia di Stalin e dagli Stati Uniti di Roosevelt).

È stato questo in qualche modo il collante, l’ethos condiviso, che unì allora quella cinquantina di nazioni “unite”: tra le quali, peraltro, le nazioni non europee e non latino-americane si contavano appena sulle dita di una mano. Un numero che però è cambiato rapidamente fino a raggiungere i 193 Stati attuali tra i quali si annoverano gli oltre cinquanta Stati islamici la cui adesione a tutte le “carte dei diritti” e simili prodotte dall’Onu avviene solitamente - la cosa va tenuta a mente - con la clausola “fatta salvo ciò che contrasta con le regole della Sharia”.

Di fronte a questa crescita s’impone la domanda: ma che cosa unisce oggi realmente i Paesi membri dell’Onu? A qual fine e in che senso le Nazioni Unite sono unite? Da che cosa? La verità è che dietro la massima assise mondiale del diritto internazionale - così essa viene ancora oggi presentata nel discorso pubblico - dietro l’organizzazione le cui risoluzioni e dichiarazioni vengono ancora oggi solitamente evocate con il segno della “verità” e della “giustizia”, non c’è più alcun retroterra storico, politico, culturale davvero in comune. Nessun valore, nessuna idea condivisa riguardo ciò che è buono o cattivo, giusto o ingiusto, riguardo nulla. C’è solo la politica, il proprio specifico interesse politico e basta.

Ma può mai esistere a queste condizioni, mi chiedo, qualcosa che abbia a che fare con la dimensione del diritto, qualcosa che simbolicamente ne dovrebbe essere una massima espressione e che quindi dovrebbe agire con un minimo di imparzialità? Si può credere, ad esempio, all’imparzialità di un’Assemblea come quella dell’Onu che nel 2024 - è solo un esempio tra mille - ha emanato 23 risoluzioni di condanna di cui ben 17 riguardavano un solo Stato, e cioè Israele? Si può credere all’imparzialità delle pronunce della stessa Onu e dei suoi uffici di fronte ai bombardamenti sui centri abitati, sulle popolazioni civili, nel caso di Gaza da un lato e dall’altro sulle città ucraine che durano implacabili da oltre quattro anni?

Il diritto internazionale è in crisi, insomma, non già perché in giro ci sia un gran numero di furfanti e di briganti che non lo rispettano (che naturalmente ci sono eccome!) ma perché è venuto meno anche in minima misura il sentire comune circa il bene e il male, il vero e il falso, in troppi di coloro che parlano a suo nome.