di Luca Bottura
La Stampa, 7 dicembre 2023
Dalla perdita di un figlio all’impegno sui diritti civili i Regeni non si sono mai arresi. I Cecchettin sono già un simbolo della lotta per un mondo migliore. Ma non nel senso di istituzione. Quella, può piacere o non piacere. Può unire o dividere. Può essere assunta come obiettivo o come pretesto per escludere, menare, discriminare qualcuno.
Ci salverà la famiglia nel senso di entità viva. Di coacervo pulsante. Di contenitore del bene, del male, che però al momento giusto sceglie il bene, si compatta, semina, supplisce a quella carenza di nitore, speranze, coraggio, che come Paese - anzi: come Nazione - abbiamo smarrito. Sommersi da un mare di cattivismo, circondati da curve, perduti in un racconto che spinge al prossimo click, al prossimo titolo, al prossimo “qui e ora”, non importa quanto scomposto, per mere ragioni di Iban. E di vanità. Quasi sempre intrecciati.
Ci salverà, forse, è sperabile, magari, sarebbe davvero bello, una famiglia alla volta. Specie quando per i casi del destino si associa a un’altra, l’accompagna nei titoli di cronaca, nei commenti, nel resoconto che persino tra i media più cinici, più disonesti, e tra i loro fruitori più o meno consapevoli, si fa carne, senso, speranza.
Una, è la famiglia di Giulio Regeni. Che in questi giorni ha vissuto la piccola epifania di un processo che si farà. Di un cammino verso la giustizia improvvisamente riaperto, possibile, a portata di sfioramento. Loro, il padre e la madre di Giulio, piccoli lancillotti tra mulini a vento e affari di Stato. Loro, indifesi rispetto ai contratti da chiudere, la macropolitica, i piccoli inciuci, gli Al Sisi che comprano fregate e non si peritano di darcene. Loro, circondati dal calore di chi non sa da che parte girarsi per portare avanti due valori di tolleranza, rispetto. Loro, così piccoli e pure fortissimi di fronte a ogni schiaffo, a ogni malagrazia, a ogni chissenefrega. Loro e i loro braccialetti gialli, di testimonianza, fregio utopico contro l’evidenza che no, il loro ragazzo, giustizia non l’avrebbe ricevuta mai.
Eppure… l’altra, è la famiglia di Giulia Cecchettin. Di papà Gino, di sorella Elena. Così composti eppure intangibili. Così consapevoli benché aggrediti: dalla sorte, dai media, dal futuro che sarà un lungo e difficile cammino. Così scintillanti nel loro decoro, compostezza, coraggio. Ché ad andare su Rete 4 come ha fatto Giulia, a dire quel che era giusto contro un modello culturale, non politico, contro la resa civile che ci porta a considerare anche i femminicidi come una curva ultrà, contro chi appena sente la parola “patriarcato” mette mano all’editoriale paternalistico o violento, magari entrambe le cose, servivano sprezzo del pericolo, consapevolezza. Anche incoscienza. Ché le nostre televisioni, i loro dibattiti, i professionisti dell’astio, i cattivisti e le macchiette buoniste, hanno per i giovani un peso infinitesimale. Per quello lo superano. Per quello si espongono. Per quello guardano avanti. Dovremmo imitarli.
La compostezza dei Regeni, le parole di Gino dall’ambone funerario, rappresentano un patrimonio che sarebbe non solo bello ma utile, necessario, decisivo, dissipare. La battaglia civile dei genitori di Giulio, le parole del padre di Giulia. Speculari, fortissime. Gino Cecchetin sapeva che il suo discorso sarebbe stato sezionato con gli occhiali tossici dell’eterno Processo del Lunedì in cui ci è dato di vivere. Poteva essere doroteo, accontentare tutti. Poteva aggredire chi l’aveva aggredito, travisandone parole e postura.
Ha scelto di lanciare lo sguardo oltre l’orizzonte. Tratteggiare un posto in cui è bello vivere, e anche sicuro, e non si muore per futili motivi. Ha chiesto ascolto. Ha accudito la figlia contro chi l’aveva aggredita. Ha seminato nel campo concimato a letame della nostra povera informazione, della nostra politica incosciente, volando così in alto che chi era piccino lo risultava davvero. Ha unito, ché quello voleva.
Se è vero, ed è vero, che destra e sinistra sono categorie superate, non c’è niente di più decoroso, forte, decisivo ove accada, che astrarsene. Che traslare, a fatica, soffrendo, un dramma personale per ricordare che, appunto, la famiglia è decisiva.
Se Giulio Regeni è morto occupandosi della libertà altrui, se Giulia Cecchetin è morta perché voleva essere leale e accogliente verso il disagio di un amore tristemente acuminato, diciamo pure per bontà, perché pensava fosse giusto, evidentemente avevano respirato in casa un’aura di tolleranza, rispetto, compassione, che qualcuno definirebbe buonista. Solo che il buonista non è un alieno superbo: è una persona normale che banalmente vorrebbe essere meglio di quel che è. Per sé, per gli altri. Per la propria famiglia. Che sì, quando non sia pretesto di rancore, opportunità di esclusione, alibi strumentale, è un proprio un bel posto.
Un luogo superstite in cui sopravvive il senso dell’opportunità. E i Regeni, i Cecchettin, sono stati molto più che opportuni. Necessari. Adesso, soprattutto da parte di chi ha abdicato all’invidia del bene (altrui) è tempo di non lasciarli soli. Perché è quella l’Italia migliore. E se non vince, sarà buio per tutti.










