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di Salvatore Cernuzio

L’Osservatore Romano, 6 giugno 2026

“Buongiorno”: è il saluto che più di frequente ci si scambia tra detenuti. Proprio così: anche in un luogo dove non si rispetta la dignità della persona, chi ci vive o ci lavora ha ben presente la necessità di salvaguardare stili e comportamenti e di rispettare le regole non scritte che qui trova. Per il pensiero comune, e anche per tanti mezzi di informazione, la Costituzione non vale quando definisce il carcere come luogo di rieducazione e ricostruzione della persona. Il carcere viene percepito come qualcosa di estraneo sia al tessuto urbano che alla società. Lo si vede solo come il luogo dove rinchiudere chi ha violato la legge abbandonandolo, poi, a un destino legato a una burocrazia fatta ancora di “domandine scritte” e di risposte che possono tardare all’infinito.

Ma in realtà, le oltre sessanta quattromila persone detenute si impegnano, tante volte a proprie spese, a dare un volto e un’anima a questo luogo. Quando si entra in carcere la prima volta, si avverte subito di non essere considerati, di non avere attenzioni da parte delle istituzioni, fatta eccezione per la visita medica di ingresso e l’incontro con una educatrice. È proprio in questo momento che scatta la solidarietà tra detenuti che sostengono il nuovo arrivato anche con gesti concreti e preziosi. Il tempo legato alle indagini ed alla sentenza del tribunale lascia il detenuto completamente solo, in balia dei suoi pensieri. Allora sono proprio le persone con cui condividi la cella che ti aiutano e ti forniscono anche quelle informazioni più semplici: come l’indirizzo di dove ti trovi, come fare per telefonare a casa, come ricevere i soldi per sopravvivere.

In questa situazione l’unico modo per sopravvivere è la relazione. Dentro puoi ascoltare, trovare chi ti aiuta a scrivere una lettera o a fare una richiesta. La relazione tra detenuti fortifica, ti fa comprendere come trovare la serenità interiore per affrontare un tempo indefinito chiuso in una cella per 20 ore al giorno. Così impari anche a diventare protagonista del tuo tempo e a decidere se rimanere chiuso in cella oppure partecipare alle attività proposte dai volontari o a frequentare la scuola. L’amicizia è basilare per non sentirti un numero.

Questa è la realtà di chi vive in carcere: restare protagonista di se stesso in attesa che lo Stato si muova per riconoscere i benefici che ha acquisito in un tempo mai breve. Le relazioni durano il tempo della detenzione, poi svaniscono quando finisce la detenzione. Anzi in questo caso sono persino sconsigliate. Il carcere è un laboratorio di convivenza, di stili, di rispetto che comincia col “Buongiorno” del mattino.