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di Vladimiro Zagrebelsky

La Stampa, 5 agosto 2022

Cappato-bis. Se verrà mantenuto l’ormai distorto assetto dei rapporti tra giudizio sulla costituzionalità delle leggi e intervento legislativo del Parlamento, questo sarà il nome che si darà ad una probabile nuova sentenza della Corte costituzionale sulla disciplina penale del suicidio assistito. Dopo la Cappato-uno. Anche questa volta Marco Cappato rischia.

Le radici politiche della sua azione sono nella tradizione della disobbedienza civile in materia di diritti fondamentali individuali, non solo italiana, ma anche specificamente europea (ad esempio per la obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio).

Nella sua esemplare azione di disobbedienza civile, Marco Cappato una prima volta, denunciandosi, si era esposto a un processo penale per violazione del divieto di assistenza al suicidio di Dj Fabo. Aveva ottenuto dalla Corte di Assise di Milano, davanti alla quale era stato rinviato, di investire la Corte costituzionale della questione di costituzionalità dell’art. 580 del codice penale. La Corte costituzionale aveva dichiarato che quella norma era incostituzionale, cosicché Cappato è poi andato assolto dalla accusa.

Perché allora Cappato ripropone la questione? La ragione risiede nel fatto che la Corte costituzionale, nella sua più che prudente sentenza, ha ritenuto in suo potere di stabilire limiti e procedure perché non sia punito chi aiuta il suicida. La Corte, ricalcando la situazione in cui si trovava Dj Fabo - e così trasformandosi in giudice del fatto piuttosto che di giudice delle leggi - ha ammesso l’impunità di chi aiuti il suicida, ma nel solo caso in cui esso, capace di prendere decisioni libere e consapevoli, soffra di una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche e sia tenuto in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale (tutte condizioni da accertare da parte del Ssn).

In un primo tempo la Corte aveva invitato il Parlamento a provvedere a una nuova e complessiva disciplina della materia, per rimuovere quella incostituzionale. Ma il Parlamento, sottraendosi al suo dovere costituzionale, non lo aveva fatto. Per anni e ancor ora. Cosicché la Corte costituzionale aveva essa stessa provveduto con la sentenza n. 242 del 2019. Ma la via scelta (sostanzialmente legislativa, ma di incerto inquadramento tra le fonti del diritto) è irta di difficoltà applicative. E in più mostra seri aspetti di irragionevolezza. Che senso ha, infatti, limitare la incostituzionalità al solo caso in cui chi ha deciso di morire sia attualmente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale (forse soltanto la ventilazione e il nutrimento artificiali, o anche altri) e così escludere chi non lo sia o non lo sia ancora, o li abbia rifiutati?

È questo il caso della persona che Cappato ha accompagnato in Svizzera, ove le è stato possibile procurarsi la morte medicalmente assistita. Ma, per la legge italiana, come rimaneggiata e ritagliata dalla Corte costituzionale nella perdurante omissione del Parlamento, la condotta di Cappato continua a essere reato. Logica vorrebbe ora che, non la legge come atto parlamentare, ma la disciplina imposta dalla Corte costituzionale si sottoposta a vaglio di costituzionalità.

Ma il giudice della costituzionalità è la Corte a tale scopo istituita: la Corte costituzionale, autrice della nuova norma. Gli sviluppi della vicenda saranno interessanti per i giuristi: forse meno per gli sconcertati cittadini. La incapacità del Parlamento di svolgere il suo ruolo (ostruzionismo degli uni, tiepido impegno degli altri; tentazione comunque di coprirsi dietro decisioni altrui, giudiziarie) è all’origine della grave situazione in cui le istituzioni si sono venute a trovare.

Marco Cappato, ancora una volta impone di affrontare i problemi, di non far finta di niente, di non lasciare che le cose, anche gravissime, si svolgano nell’ombra. Il Parlamento evita di impegnarsi e ora tocca alla magistratura: l’istituzione che non potrà farlo.

Nella prima vicenda la prudenza della Procura della Repubblica di Milano e poi l’impegno della Corte di assise avevano evitato drammatizzazioni processuali e portato correttamente il problema davanti alla Corte costituzionale. C’è da augurarsi che anche questa seconda volta il problema trovi il luogo ove può essere discusso e deciso. Per quanto snervante sia il quadro di crisi istituzionale, un passo positivo è stato compiuto: dal coraggio di Marco Cappato.