di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 1 maggio 2025
I detenuti, il rispetto e fratellanza verso di loro sono stati un tratto costante del pontificato di Papa Francesco. Non suo specifico naturalmente, dal momento che risale, come opera di misericordia, al Discorso della Montagna. Ma nelle indicazioni di questo Papa si trova una speciale forza, fino al suo paradossale “non so perché loro in carcere, invece che io”. Nel recinto dei potenti della politica mondiale, radunati al funerale, si è visto, serio e compunto, anche tutto quanto vi era di contrario a ciò che il Papa fino all’ultimo ha testimoniato: contrario e addirittura rivendicato, nel disprezzo e nell’insofferenza, espressi con tanta frequenza nella società e nel mondo politico. E oltre al carcere anche la pena di morte, che in ancora tanti Paesi del mondo è praticata.
Dopo una sospensione, la sua ripresa è stata tra i primi “ordini esecutivi” del nuovo presidente degli Stati Uniti. Essa invece indica da tempo un tratto proprio della identità europea. Ed è dei giorni stessi della morte dei Papa l’ostentato programma politico di offesa alla dignità di detenuti deportati, incatenati, umiliati, fotografati in gabbia nel loro corpo e nella loro umanità. In Europa, in Ungheria, abbiamo visto recentemente qualcosa di simile, per fortuna in misura ridotta, con la presenza di Ilaria Salis in catene all’udienza penale. Ma la protesta non solo in Italia è stata forte, perché la inviolabilità della dignità di tutte le persone è scritta nel primo articolo della Carta dei diritti dell’Unione Europea. Il rispetto delle persone sottoposte alla forza dello Stato, come quelle in carcere, è condizione della rispettabilità del sistema penale e delle persone che lo mettono in opera.
Da parte di Papa Francesco, in tema di giustizia penale, vi sono stati gesti di grande impatto pubblico, ma anche interventi meno vistosi, più argomentati, come quelli che ha dedicato alle associazioni degli studiosi del diritto penale. Si è trattato di posizioni sensibili, informate e moderne. Così il Papa ha condannato la frequente giustificazione della violenza o vendetta privata, che irresponsabilmente nascono dalle parole di esponenti politici; egli ha anche stigmatizzato la tendenza a ricorrere a leggi che sistematicamente stabiliscono pene carcerarie, credendo con questo di porre argine alla commissione di illeciti e senza occuparsi della loro origine. Nel linguaggio del Papa occorre cautela ad poenam, anche perché è tuttora indimostrata l’efficacia preventiva delle sanzioni: si corre il rischio di superare ogni limite di proporzione e ignorare la regola secondo la quale la pena (quella carceraria in special modo) si legittima solo come ultima ratio. In ogni caso le condizioni delle carceri ed altri luoghi di detenzione devono rispettare la dignità delle persone.
L’ergastolo poi - sotto il pontificato di Francesco abolito dal codice penale del Vaticano - è stato condannato come “pena di morte nascosta”, in sintonia, tra l’altro e almeno, con le limitazioni che in varie forme sono state introdotte dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti umani. La carcerazione preventiva, che è spesso solo una pena anticipata, qualunque nome il legislatore le dia, va strettamente limitata. Occorre resistere alla “pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli e dalle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società”.
Queste ed altre indicazioni sono venute più di una volta rivolgendosi ai giuristi, sollecitandoli a svolgere un ruolo importante nel porre argine ai governanti e alla società nel suo complesso. È missione degli studiosi di mantenere fermi i principi e riconoscere sempre la fondamentale dignità delle persone. Le posizioni illustrate dal Papa Francesco riflettono e trovano base certa nei Vangeli, ma esse corrispondono anche, in Italia e generalmente in Europa, alle radici costituzionali di cui si nutre il dibattito pubblico, che legittimano le elaborazioni degli studiosi del diritto penale e del diritto penitenziario. Essi sono consapevoli della centralità della persona, tutte le persone, nella Costituzione, della presunzione di innocenza, della finalità rieducativa della pena e del divieto di pene contrarie al senso di umanità.











